Spazio Italia - Radio Timisoara

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19/03/2011

ŞTEFAN CĂLĂRĂŞANU

p2Alain Leduc

ŞTEFAN CĂLĂRĂŞANU ovvero l’infinita molteplicità della variazione delle forme

Dall’inizio del cammino, diciamolo un’autonomia lineare dell’arte non esiste, non esiste arte senza radici. È inutile se releghiamo la realtà e la funzione sociale nei confini dell’arte, con il fallace pretesto della sua autonomia.
Nulla è in nessun momento autonomo, ed io ho qualcosa da ridire contro l’estetica, contro tutte queste teorie neo hengheliane o neo fenomenologiche del “sensibile”, le quali si sono affermate negli ultimi anni approfittando dei “benefici” della crisi. Queste non si rapportano all’arte, alla genesi delle forme, se non da un punto di vista “superiore”, non curandosi del contenuto delle opere in favore di un approccio idealista il quale si astrae dal processo di creazione.
Nessuna forma, assolutamente nessuna, è neutra. E quelle che vengono plasmate, in legno, in bronzo, in pietra oppure in cuoio, in Timisoara, al margine del Banato, dall’amico mio, lo scultore Ştefan Călărăşanu, sono in una profonda osmosi con il luogo e con il tempo nelle quali sono concepite. Qui, nell’ottica di questa cultura del combinare tra di loro diversi spiriti, alla quale sono così affezionato – quella di un Walter Benjamin, di un Robert Musil, di un Joseph Roth, per riferirmi a tre letterati – , e tra questi edifici di stile barocco o „JugenStil”, il cui stile evidentemente preponderante: nelle finestre, come nei balconi con impressa l’impronta di un’architettura-colesterolo, qui lo scultore ha il suo dominio, consolidando giorno dopo giorno le fondazioni.
Il travaglio, per lui, primeggia. „sono il mio stesso lavorante”, egli ripete.
Diamogli, da qui in avanti, la parola, cosicché: „le idee si generano dal lavorante che in me alberga. Con l’aiuto di un mezzo, con l’aiuto di qualcosa tecnico. Non dall’aiuto di una qualsiasi estetica. Esiste un singolar tenzone di idee, un bisticcio di parole. Io, con le parole, non approdo ad un dialogo. Le idee ufficiali sono tali e quali ad una galera.
La parola non conformista è arrivata ad essere, oggi, un prigioniero, quando io, solo, vivo come se fossi una fisarmonica.”
Egitto, con le belle piramidi, la Germania di Richier, di Luis Buñuel, di Clément Ader; lo scultore giapponese-americano Noguchi, come Calder oppure Chillida; Anthoni Caro, Brâncuşi – beninteso! Ho conversato in completa tranquillità, serenità. Una conversazione, se volete, aperitivo, arricchita di gustosi antipasti…
Lo studio dello scultore è costituito dalla farina di polveri sottili, da morse, da dischi abrasivi, da motoseghe, da catene e da carrucole. Da resti di grosse schegge. Da tronchi di noce o di rovere. Ştefan Călărăşanu ha lottato con il guaìaco, il mitico „legno di ferro”, bhe diciamo proprio „legno santo”, il più duro tra tutti i legni, utilizzato, in principal modo, dalla marina commerciale per incapsulare l’elica all’albero motore, oppure, nei tempi andati, per le ruote delle carrucole; recentemente ha trovato nell’andesite, un nuovo rivale.
„Amo i materiali tradizionali: legno, pietra, bronzo”, dice l’artista. „i primi due opera della natura, l’ultimo prodotto dell’uomo.”
Ştefan parla della „finezza” del legno, della sua estrema „galanteria”. Cito: „il legno è come il cuore dell’uomo: lavora. I materiali che uso sono „assoluti”, sempre, molto seri, molto gravi, molto potenti: un pezzo di pietra è sempre molto più potente, più forte di quanto non lo sia io. Di fronte ad essa, mi sento un animale da circo, che saltella su di una bicicletta indemoniata!
Le forme e le idee vengono generate dalla materia, dalla materia stessa.
Si, l’addomesticatrice di tigri è lì, nel mezzo dell’arena, con la frusta in una mano. Il legno nasce, muore. Il bronzo contorna la ricchezza. Con il bronzo, si intagliano delle pietre indescrivibilmente dure, come il granito oppure il basalto. Ma la pietra è il materiale eletto.
***
Gli studenti vengono, attualmente, dal liceo, dall’università, vengono dall’infinita ignoranza. Non lo dico con cattiveria, al contrario mi sono estremamente cari. La colpa e del sistema scolastico. Il diplomato, oggi, è un ombrello bucato. Ma da questi fanti analfabeti, fiorisce vuoi un fiore di lillà, un asteracee, un bucaneve.
Ştefan (questo non è che un pleonasmo) è un uomo d’arte colto. Ha visto Giotto, ha visto ed ha letto „un geniale artigiano. Generoso, umano”. Ha visto Vasari, l’ha visto ed ha anche letto: „un armiere eccelso, un buon scultore. Un narratore dell’epoca. Un Barometro.” E, senza ombra di dubbio, ha visto, osservato, letto le opere di Michelangelo. „Un capolavoro. Unico. Dopo di lui, non ci sarà nessun altro. Ma Michelangelo non è stato un altruista. E’ un tipo faustico. Dal mio punto di vista, Michelangelo è un operaio. La sua vita è un immenso cantiere.” Ed immediatamente dopo, aggiunge; „Michelangelo è un macellaio. S’insinua nelle viscere della pietra per estrarne l’anima.”
E dopo, Rodin, e si capisce, (ritorniamo sempre su Rodin): „il personaggio è straordinario. Non è mai solo, vivendosi la vita come un soggetto sociale. Rodin è come uno «zoccolo». Il suo Balzac? Un uomo gonfiabile: caramelle e cioccolattini! E’ l’ultima scultura umana, eseguita con un cavatappi spirituale, è il Pensatore. Rodin è una fabbrica completa. Esiste un’industria rodiniana.”
Ed ancora Bourdelle, che Ştefan Călărăşanu lo qualifica „gigantesco”. „Le statue sono impeccabilmente collocate nello spazio. Possiede una forza enorme e nel contempo un tale temperamento. Un Bourdelle e, sempre, lì, è lì dov’è!” Un lì completamente inalterabile, corrispondente ad un principio dell’evidenza che scriverei, sempre, in italico, alla maniera di Martin Haidegger. (Si potrebbe continuare in questo modo – e lo faremo in hors-champs. Diversamente, nel caso di Pablo Picasso, lo scultore rumeno disprezza il comportamento “spugna”, astuzia alla Scapin: “un eccellente artista, ma anche un cleptomane senza eguali. Si appropria di tutto quello che trova per strada. Divenendo, con il tempo, dipendente della sua propria mentalità. Sì, Pierro, Giotto, Van Gogh, Gauguin, Max Ernst e – tra parentesi – Picasso)”
La comunità degli artisti, quindi. Questa lunga catena di casualità storiche… che si agglutina in un grandioso ammasso.
“Non abbiamo lenti per scrutare il passato”, si chiede lo scultore rumeno. “Aztechi, Egiziani, Greci antichi o primi mussulmani ci guardano e ci dicono, interpellandoci: «Voi, lì, chi siete?»”
Entrambi condividiamo la certezza che il futuro si coniuga con il presente per generare il passato!
“Siamo sempre schiavi della nostra natura”, decide il mio interlocutore. “Nella nostra vita, nel nostro ambiente, nel profondo dei nostri cuori, ovunque, siamo degli ingenui. «Crisi», che è stata deliberatamente inventata (scrivo deliberatamente la parola tra virgolette, perché non è una naturale, ma generata in laboratorio), da questo deriva l’ingenuità umana. Certamente, siamo presenti nel mondo, ma senza filosofia. Il presente si dilata. Il presente ci ha trasformato. Siamo una società che – e questo è spaventoso! – ha completamente dimenticato il suo passato.”
Mentre parliamo del mio libro che sta per essere pubblicato , cadono dal cielo questi sette vocaboli lapidari come un apoftegma:
“Preferisco Bernini ad un telefonino cellulare.”
Oppure, chi oggi, e non parlo solamente dei miei cari studenti, o dei miei venerabili colleghi, per quanto poco, ha idea de Il Cavaliere Bernini?
I soli cavalieri trionfatori in un’epoca materialista come la nostra, sono i cavalieri dell’industria.
***
Se lo raggiri Ştefan Călărăşanu, piacere del quale, verso la fine di quest’estate, non mi sono privato, all’ombra dell’inguine accogliente di una vite rampicante, nel mentre un gattino rosso vagava, su e giù, sedotto dal profumo della carne arrostita sulla brace e dell’aroma di una soupe de tripes (zuppa di trippa) – „ciorba de burtă” in rumeno – che secondo me, senza ombra di esagerazione, l’ottava meraviglia del mondo, ti rendi conto che Ştefan possiede un Weltanschauung, cioè una visione globale e corretta del mondo.
Un’esibizione: „La lotta tra la linea curva e quella dritta è lontana dall’essere terminata” dichiara senza esitazione. „La disputa delle loro frontiere è una questione senza fine, infinita. Si termina al fine di comprendere il dosaggio, il dialogo tra di loro. Tutti i problemi che si pone l’uomo, sono invenzioni rispetto a quelli che si pongono tra le linee rette e quelle curve. Nella politica, nella diplomazia, nell’arte.”
Dalla scultura „mastoidica”, diciamo, praticata nel decorso del suo debutto, s’è evoluto verso un arte „campanaria” („tintinnabulară” rumeno dal latino tintinnabulum „campana”). Dire che è la stessa cosa, che il rapporto con la femminilità rimarrà invariato – tutti lo capiranno instintivamente. Le campane sono dominanti, oggi, nella scultura di Călărăşanu, come alcune forme che assomigliano ai cilindri di preghiera tibetana, oppure ad alcune boccette, ad alcune caraffe. Ha scolpito, secondo Giacometti o Brâncuşi, una campana che controlla chi si muove. (Penso a Giuguin, che diceva: „Quando le mie scarpe risuonano su questo pavimento di granito, sento un suono sordo, opaco e potente, che ricerco nella pittura.”). La campana è, secondo lui, un personaggio „storico” e „simpatico”. Si spiega meglio: „la campana è un oggetto raro, fisico, ma che può essere tagliato, barbaramente, con la sega. La campana, nella cultura dell’umanità, è la seconda invenzione dopo il fuoco. Dopo il fuoco viene la campana. E’ lei che annuncia la nascita, la guerra, la pace.”
Reliquiari, cupole totemiche, una varietà di sfumature, blocchi svuotati, gusci vuoti, scorie: l’etereogeneità è solo apparente, perchè qui non ci sono che concavità ed una dialettica del pieno e del vuoto. Se queste sculture, tutti, tutti questi oggetti, questi splendori si imparentano vuoi con l’arte, vuoi con l’arte decorativa, con delle handcrafts anglosassoni, è perchè la vecchia gerarchia delle classificazioni, dei registri, delle categorie è obsoleta. Anche la separazione, faglia dolorosa, tra la cultura operaia e la cultura popolare, è obsoleta.
Ştefan Călărăşanu è dotato di radici e di ali. Ho sempre ammirato, con i miei occhi di francese, esotici, questi segni assomiglianti ad un „v” sovrapposto ad alcune „a”, tre di numero, del proprio suo nome, più le sedi, due, di rigore…. Un cantante popolare francese, Renuad, ha creato questo doppio gioco di parole: ”l’animo è un soffio indeciso, il piede nel peccato cammina sereno.” (traduttore ti chiedo scusa anticipatamente. Te la dovrai sbrigare come potrai, in fondo è il tuo mestiere.)[ndt. In rumeno peccato si scrive pacat e tranquillo impacat, ecco che il gioco di parole è servito.]
Ştefan, si vedrà qui di seguito, ammanta i suoi lavori con migliaia, con decine di migliaia di segni, che non sono nè alfabetici, nè pittogrammi. Un „za” con gli occhi piccoli, fitti. „Non sopporto le superfici vuote”, dice. Un regno dei segni oppure un loro verdetto? E’ perchè le sue opere esprimono l’infinita molteplicità delle variazioni formali.
Un uomo il quale ha sulle spalle le ali di una rondinella, ed ami da pesca le dita dei piedi, non può che essere un filosofo.
Se facciamo una verifica: „amo il candore della frutta, di quella grande, mi sono cari il sole, l’acqua. Desidererei con tutto me stesso essere, diventare uno spirito ottimista. Ma sono un po’ vagabondo, ed allora, driblo, rubacchio. Quando sono arrabbiato, compero scarpe e fiori. Moltissimi fiori.!”

Alain (Georges) Leduc, scrittore, critico d’arte, membro A.I.C.A. (Associazione internazionale dei Critici d’Arte) ed A.I.S.L.F. (Associazione internazionale dei Sociologi di Lingua Francese).

Adattato in lingua Italiana da Gianluca Testa

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