Spazio Italia - Radio Timisoara

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10/02/2017

Retezat 40

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La prima operazione di sdoganamento in Romania. Gianni era arrivato puntuale. Non guidava un camion ma un furgone Ducato bianco. Le porte posterioni erano state siggillate in dogana in Italia. Il siggillo era in platica e riportava un numero di identificazione che era stato trascritto sul documento di trasporto che accompagnava la merce. Non avevo idea di quanto sarebbe durata l’operazione di sdoganamento, sapevo solamente che non sarebbe stata breve. “Fai in modo che non duri molto che voglio ripartire per Cluj-Napoca quanto prima, ho un’amica che festeggia il suo compleanno” Gianni era un ragazzone veneto di poco più di venticinque anni. Solido e concreto con un disprezzo accentuato per tutto quello che era Romania. “Gianni se loro fossero diversi, tu non avreti queto lavoro ed io non sarei qui.” Ma le mie argomentazioni non erano sufficienti per modificare il pensiero di Gianni, radicado, più che altro, sulla cultura elementare sostenuta da voci da bar. E’ vero che l’atteggiamento di molti ufficiali addetti al controllo del rispetto delle regole locali, non aiutava nè Gianii nè nessun altro, a modificare le proprie convinzioni, ma era anche vero che un atteggiamento denigratorio altro non portava a creare ulteriori e nuove incomprensioni che avrebbero potuto creare insuccessi e problemi.
“Marius, qui ci sono i documenti. Corina era, come al solito in corridoio a fumare. Quella mattina c’era anche Manuela, era arrivata prima di me con dei documenti per delle esportazioni. Non c’era altro da fare che aspettare che finisse di completare le documentazioni necessarie, visto che in tutto l’ufficio di Marius, c’era una sola machina da scrivere. Il mio programma non era finito, ma ero molto impaziente di avere una copia dei documenti di import, che si stava iniziando a creare, per poter completare le procedure necessarie per il mio programma. Completato mi avrebbe permesso di finalizzare tutte le attività molto, molto più velocemente.
Già dall’inizio avevo capito che Gianni, molto probabilmente, sarebbe arrivato in ritardo alla festa di compleanno della sua amica a Cluj-Napoca.
In realtà, Manuela, era talmente veloce e precisa nel redattare I moduli di dichiarazione doganale, che dopo nemmeno quindici minuti, l’unica macchina da scrivere disponibile nell’ufficio di Marius, era disponibile per le graziose mani di Corina. Purtroppo quelle deliziose manine non comandavano altrettanto velocemente le proprie dita. Inoltre era la prima dichiarazione e la fattura che accompagnava il carico nel furgone di Gianni era di venti pagine. Tutti I componenti erano quasi della stessa famiglia, ma in Romania bisognava dichiarare i beni, non per famiglia, bensì analiticamente. Questo significava solamente una cosa, tanto tempo.
Dalla compilazione dei moduli della dichiarazione doganali di importazione al ricevimento della merce, la strada era ancora molto lunga. I moduli era pronti e Cornina, dopo averli fatti timbrare e firmare a Marius, si era incamminita verso l’ufficio finanziario della dogana di Zalau. Il timbro, allora non lo avevo ancora capito, avrebbe caratterizzato oltre venti anni delle mie atività in Romania. Tutto, ma proprio tutto, doveva essere timbrato. Il timbro, “stampila” era obbligatorio per quasi tutto e prevaleva sulla firma, anche in banca. Avere il timbro, per la cultura locale, dato che per ottenerne uno bisognava perorrere una sorta di calvario, significava essere ed avere il diritto di gestire ed amministrare la società il cui nome era riportato sul timbro, appunto. Per l’apertura di un conto corrente in banca, era obbligatorio presentare decine e decine di documenti e, ovviamente, il timbro, ma dopo aver acceso il conto, per aggiungere un delegato, Liana venuta in banca con me, dato che mi ero messo in coda ad un altro sportello per cambiare dei Marchi in Lei, avendo il timbro, aveva ottenuto e depositato la sua firma, quale, delegate, per operare sul conto corrente della società. L’addetta allo sportello, chiedendole se aveva il timbro, aveva supposto che lei fosse il titolare della società e, quanto meno, la persona che aveva I poteri per delegare qualcuno, ad operare sui conti della società. Dai miei dieci anni di banca, capendo cosa stave accadendo, iniziai a chiamare Liana, con un tono di voce crescent, finatanto ché, forse disturbata dal tanto vociare, mi aveva guardato con il solito sguardo disturbato e distaccato senza capire il motive per il quale mi ero così inalberato.
“Ma quando danno l’ok per verificare la merce?” Era passata quasi un’ora ed in dogana non c’era quasi nessuno. Dall’ufficio finanziario che avrebbe dovuto verificare I conteggi per il pagamento dell’iva e delle imposte doganali, cosec he, grazie alla legge allora in vigore, non avrei dovuto corrispondere, ma che per qualche strano motivi statistici, la Dogana aveva l’obbligo di verificare puntigliosamente. Si sarebbe passati direttamente alla verifica dei sigilli del mezzo e, poi, la conformità del carico con la dichiarazione doganale appena presentata. Una volta che questo controllo avesse visto un termine, senza che il dognaniere avesse trovato qualche cosa di sbagliato, finalmente, il camion o furgone, nel mio caso, avrebbe potuto proseguire verso la destinazione finale di scarico. Alcuni ma e molti se, prima che il processo di sdoganamento genisse terminato, erano l’incubo di tutti I trasportatori che volevano sbrigarsi a scaricare e di tutti gli imprenditori, o responsabili di stabilimento, che non volevano fermare le loro produzioni. I ma erano dovuto all’esattezza delle dichiarazioni e delle Traduzioni delle fatture. I se dipendevano solamente dall’ufficiale doganale che si presentava per l’operazione. I più problematici erano quelli che svolgevano il controllo del mezzo. La ragione era semplice, potevano appartarsi dietro un rimorchio per far capire all’autista od al rappresentante della società che stave aspettando la merce o che la stave spedendo, e richiedere, più o meno esplicitamente, una sorta di contributo per poter snellire e velocizzare l’operazione. Oboli odiosi per coloro che non avevano nulla da perdere, men che men oil tempo, e necessary per coloro I quali erano incappati in errori siano essi formali ed involontari, siano essi volontari ed illegali.
“Mi devi dare venti marchi.” Corina che aveva seguito il doganiere nel piazzale, si era avvicinata a me e sottovoce aveva proferito la Richiesta. L’introduzione di Marius di qualche giorno prima, prendeva contorno. I servizi accessori erano quelli. Potevo scegliere di non pagare. Avrei atteso chissà quanto prima di poter vedere liberare la merce chiusa nel furgone di Gianni, oppure cancellare tutti I miei insegnamenti sociali provenienti, per lo più dalla mia famiglia, e mettere la mano al portafoglio. Ma qualcosa non tornava. La graziosa creatura, non aveva avuto tempo di parlare con il doganiere e, il discorso di Marius era stato molto chiaro. Quel tipo di Servizio, era incluso nel prezzo, Marius lo fatturava addirittura. Allora la realtà non poteva essere che un’altra. Corina stave facendo la cresta con l’aiuto del doganiere. Era la sua parte, diciamo, che completava il suo salario. Decisi di non dare nulla, facendo finta di non capire, dicendo che avevo da pagare solo a Marius e che stavo andando a chiedere a lui conto e ragione. Una perfetta interpretazione da idiota straniero che non capisce quali sono gli usi ed i costumi locali, meglio lasciare perdere, non insistere. “Tieni, qui ci sono I documenti, potete andare.” La mia deduzione era corretta. L’unica cosa che persi fu il sorriso di Corina. Poco male, comunque si vedeva da lontano che non era sincero.
Continua….

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