Spazio Italia - Radio Timisoara

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22/01/2017

Retezat 39

lac steilaLe giornate scorrevano molto velocemente. I ragazzi della Tex mi aiutavano tantissimo a risolvere problemi che, apparentemente erano molto semplici da risolvere, se non avevi un aiuto locale, difficilmente saresti riuscito ad andare avanti. Non era un problema di lingua, non solo per lo meno, ma di visione. Davo molte cose per scontate ed avevo iniziato a commettere l’errore di considerare le mie esperienze italiane, uno standard. Secondo questa teoria, stavo iniziando, ma per fortuna, mi fermai subito, a formulare frasi del tipo “da noi in Italia…” appunto, in Italia, in un’altra Nazione. In una Nazione dove non avevamo subito cinquant’anni di comunismo, dove l’apparente democrazia, almeno, ci aveva protetti da moltissime situazioni che, al contrario, avevano colpito in pieno le famiglie rumene. Noi in tempi di pace, non abbiamo mai fatto la coda per sperare di comprare un litro di latte per sfamare i nostri figli. Andavamo in un magazzino alimentare, sceglievamo il latte che più ci aggradava ed il gioco era fatto. In Romania, specialmente dopo gli anni settanta, la gente doveva passare in coda le notti per sperare di assicurarsi un qualche tipo di genere primario. Si inventavano le più impensabili delle combinazioni per poter ottenere qualche bene, non per il fatto di possederlo, ma di avere qualcosa di valore da poter scambiare con qualcos’altro nel momento in cui se ne fosse presentata l’occasione. Il fenomeno era così diffuso che la gente iniziava a non scartare nulla. Molti si appropriavano di beni di proprietà delle società nelle quali lavoravano, giustificando i loro furti con la necessità di avere un qualcosa di interessante da poter utilizzare in cambio di qualcosa di più utile.
Ovviamente questo pullulare di transazioni, più o meno legali, alimentava un altro ben peggiore fattore, la corruzione. A Timisoara, solo a titolo d’esempio, esisteva una società che allevava e commercializzava oltre tre milioni di maiali all’anno. Chi aveva una qualche tangenza con questa società poteva dichiararsi fortunato. La carne era un bene prezioso e, dato che il regime la desinava quasi prevalentemente all’esportazione, quella destinata al mercato interno doveva essere, ovviamente, razionata. Lavorare alla CONTIM significava avere la possibilità di crearsi una rete “distributiva” parallela avente quali clienti, per esempio, i condomini del bloc dove si viveva.
Quest’attività prevedeva, ovviamente, una serie importante di legami, altrettanto ‘grigi’ con una serie di altri personaggi che, essendo preposti al controllo, ai più disparati livelli, dovevano essere prezzolati per chiudere un occhio e, spesso, tutti e due.
Ma questo sistema operativo, divenuto sociale, visto che si poteva estendere a qualsiasi tipo e grado di società, se da un lato permetteva all’addetto alle pulizie del macello, di tornare a casa ogni sera con qualche chilo di carne nascosta tra i vestiti, dall’altro assicurava la necessaria tranquillità per i vertici delle stesse organizzazioni, di accumulare fortune economiche, vendendo ed acquistando qualcosa che, di fatto, non avrebbero mai potuto né vendere né, tanto meno, comprare.
Mentre la parte delle appropriazioni indebite era un fatto sociale, o quasi, durante il comunismo, fino al dicembre del mille novecento ottanta nove, quindi, il secondo aspetto, quello delle ruberie ad alto livello, iniziò subito dopo tale data.
Inizialmente lo sciacallaggio si abbatté solo in alcuni settori e ad opera di ex potentati politici. Ma, dopo aver constatato l’effettiva impunità e, relativa, facilità con la quale tali operazioni, spesso sfrontate, si potevano svolgere, il sistema si allargò a macchia d’olio e su tutti i settori possibili ed immaginabili. Il risultato non tardò a farsi notare. Nonostante leggi e regolamenti che, forse per necessità di forma, venivano rese sempre più rigide e severe, l’ampiezza del fenomeno continuava ad aumentare senza che nessun responsabile venisse chiamato a rispondere.
Uno dei maggiori colpevoli di tale scempio fu e, sotto molti aspetti, continua ad essere l’indifferenza delle persone ed il loro radicalissimo qualunquismo. Anche qui è possibile trovare una spiegazione. Durante il periodo comunista non era molto “salutare” occuparsi delle questioni che eludevano il proprio ristretto cerchio familiare. Mettersi in evidenza era pericoloso. C’erano milioni di delatori e per un non nulla potevi essere arrestato e, spesso, sparire. Dovevi giocare le regole del gioco e non uscire dal seminato. Intralciare gli affari di qualcuno, se non eri parte di una cerchia di “protetti” significava la tua fine certa. Anni ed anni di tali lezioni imparate e spesso vissute, avevano reso la mentalità della gente omogenea ed il modo di dire “nu e treaba mea, mu ma intereseaze ” era presente al tempo del comunismo e lo è ancora oggi. Il potere costituitosi immediatamente dopo le stragi della cosiddetta Rivoluzione del mille novecento ottanta nove, era esattamente lo stesso del periodo comunista, fatta eccezione dei coniugi Ceausescu, unico capro espiatorio pagante. Per il resto tutto come prima, ma con la scusa della democrazia che aveva alimentato in quasi tutti un moto generale che assomigliava molto a questo “sono libero per cui faccio quello che voglio”. Tale pensiero, molto diffuso ai tempi in cui ero a Zalau, era ovviamente in antitesi con i più elementari principi democratici, ma era molto presente e radicalizzato.
Tutto questo messo in comunione con il desiderio, non sindacabile tra l’altro, di riscattarsi sia socialmente che economicamente, si trasformava in una sorta di mostro fagocitatore di un’ingordigia senza precedenti. Chi aveva ottenuto un posto di qualsiasi livello, in qualsiasi istituzione, meglio se pubblica, si arrogava diritti di comando finalizzati ad ottenere vantaggi, spesso illeciti e quasi sempre personali. La bigliettaia delle ferrovie dello stato che avevo visto a Cluj-Napoca, quando Liliana mi aveva prenotato la cuccetta ne era un esempio lampante.
Da privato cittadino, per lo più straniero, ero in una posizione strana. Da certi punti di vista, la gente per bene, anche se per nulla al mondo si sarebbe messa in vista per dare contro agli illeciti che diventavano , di giorno in giorno, sempre più evidenti, si vergognava di uno stato di fatto che iniziava dall’ingresso in Romania, con il deprecabile trattamento che ogni singolo viaggiatore, sia esso un tutista che un autista di tir, veniva sottoposto dalla mano lunga della mafia dei doganieri e, spesso , dei poliziotti di frontiera. Da altri punti di vista, quello stato di cose, prospettava un quasi infinito oceano di possibilità. Basti immaginare che a quel tempo, anche trovare un cacciavite che non fosse di una qualità scadente, era un problema, ma era anche un problema avviare una qualsiasi attività commerciale. Barriere e problematiche di quasi tuti i tipi si interponevano tra un’idea di affari e la possibilità di realizzarla veramente. Uno tra tutti i problemi era il ginepraio delle regole e leggi, spesso dissonanti tra di loro, che rendevano qualsiasi pubblico fuzionario, una sorta di monte olimpo con poteri assoluti. Era tutto possibile, bastava “mettersi d’accordo” ed il gioco era fatto. Noi stranieri non eravamo nè più furbi nè, tanto meno , più intelligenti dei locali, avevano soltanto molte più informazioni. Conoscevamo il mondo, sapevano come risolvere tanti problemi, solo perchè avevamo visto milioni di soluzioni possibili ad altrettanti problemi. Sarebbe bastata un po’ di sfrontatezza ed un po’ di pelo sullo stomaco. Io ne ero, e ne sono , completamente sprovvisto, ma tanti altri ne hanno approfittato a man basse ricostruendosi delle verginità sociali, perdute da molto nei loro paesi di origine. A tal proposito, mai il detto “il lupo perde il pelo ma non il vizio” è stato più veritiero.
Continua….

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