Spazio Italia - Radio Timisoara

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20/12/2016

Retezat 37

img-20160921-wa0018Mancava poco e sarebbe stato Natale. Il tempo era volato. Avevo trovato un appartamento al quarto piano di un bloc relativamente moderno, se così si può dire. Ma essendo al quarto piano, anche quando veniva distribuita l’acqua, a quell’altezza, non arrivavano che pochissime gocce. Per cui, senza non poche difficoltà, riuscii a trovarne un altro, questa volta al primo piano di un vecchio bloc in centro città, nel mezzo di una stretta strada che si chiamava “Crisan” che più che una strada di un centro città, assomigliava ad un parcheggio di una zona dormitorio. Nulla di diverso dagli altri bloc. Portone di ingresso in ferro saldato malamente dove nei riquadri destinati a contenere dei vetri, c’erano solamente dei grandi quadrati vuoti. L’androne delle scale, squallido e perennemente intriso di odori di cibo in perenne cottura. Le luci delle scale avevano, come di consuetudine, le lampadine saldate ai fili elettrici per evitare che qualcuno le rubasse e, ovviamente, non c’era un solo punto luce funzionante. Il corrimano della ringhiera era per lo più in ferro e dove esistevano dei tratti di protezione, questi erano talmente sporchi ed unti che l’istinto era quello di togliere anche quelli. Il mio uscio era il secondo del primo pianerottolo. Non mi sono mai abituato al “prag”, quel pezzo di legno che si trovava alla base di ogni porta rumena, come per testare la tua intelligenza e la tua memoria. Io, se quello era un test, ero completamente celebroleso, dato che inciampavo in tutti i “prag” che trovavo, ovunque fossi. L’ingresso del mio appartamento era costituito da un piccolissimo hall che dava in ina sorta di camera che doveva fungere da sala da pranzo, ma chiamarla sala, date le minuscole dimensioni, era proprio un azzardo. La cucina, in compenso, essendo ricavata nel balcone adiacente la “sala” da pranzo, era ancora più piccola, oltre che freddissima. C’era il posto solamente per un minuscolo tavolino ed una cucina a gas, con la bombola e basta. Entrando nell’ingresso a sinistra c’erano due porte, anch’esse, ovviamente, con il loro prag. La prima era il bagno. Piccolo, buio e con una vasca che, immediatamente, decisi di trasformare in una sorta di recipiente per raccogliere l’acqua nei giorni di distribuzione. L’interruttore per la luce era rigorosamente all’esterno del bagno, come lo era in tutti i bagni degli alberghi dove avevo alloggiato sino a quel momento in Romania. In seguito scoprii che la motivazione era legata alle regole di costruzione che, per motivi di sicurezza, impedivano ai costruttori di progettare case i cui impianti elettrici dei bagni prevedessero qualsiasi tipo di interruttore e presa elettrica all’interno degli stessi. Pericolo di folgorazioni. Nulla di più idiota, pensai e penso anche oggi, dato che un interruttore non sarà mai sistemato a livello del pavimento, per cui, per folgorare uno sciagurato utilizzatore di bagni rumeni, l’acqua dovrebbe risalire per almeno un metro e mezzo da terra. Cosa ovviamente impossibile. Alla destra del mio prossimo bagno, la camera da letto. Nessuna lode e nessuna infamia, se non il fatto che non c’era un letto, bensì una sorta di divano letto che, a prima vista, mi parve veramente corto. Per finire il giro dell’appartamento, alla destra della porta d’ingresso, c’era il salone. La padrona di casa, una signora sui quaranta cinque anni, con una messa in piega assurda, me lo mostrò con un innegabile senso di orgoglio. Io, appena entrai ebbi un moto di riso che riuscii a soffocare veramente a stento. Già il fatto che il soffitto dell’appartamento, come lo erano tutti gli appartamenti in cui ero stato fino a quel momento in Romania, era veramente basso, non più di due metri e cinquanta, sarebbe stato un buon motivo di ilarità, ma in quel caso, il soffitto era stato ulteriormente abbassato per permettere ad una sorta di stalagmiti di gesso, e come se non bastasse, dipinte di viola. Una sensazione di oppressione feroce mi circondò, ma non volevo offendere la padrona di casa e mi avvicinai ad una fotografia che era stata incorniciata ed appesa alla parete del salotto con il tetto a stalagmiti viola. “Laura tradusse la mia domanda e la signora mi rispose “E fica mea” riuscii a stento, anche questa volta ad evitare il riso e per fortuna la traduzione di Laura “E’ mia figlia” riportò in ordine quello che stava diventando un piccolo problema di diplomazia. Per fortuna il riscaldamento dell’appartamento, forse perché era al primo piano, funzionava anche troppo bene. Solo dopo mi accorsi che il pavimento sotto i tappeti e pezzi di moquette disposti alla meno peggio lungo tutta l’aria dell’appartamento era formato solo da cemento grezzo, non c’erano né mattonelle né parquet. Poco male, non cercavo una residenza di rappresentanza, ma qualcosa che potessi utilizzare come punto di appoggio e dove riposare in santa pace. In effetti cercavo un posto dove prepararmi qualcosa da mangiare che non fosse quel cibo che distribuivano in tutti i locali di Zalau. Per carità, non che non fosse buono, ma era decisamente pesante per i miei canoni oltre ad essere assolutamente monotono.
L’affitto richiesto era l’equivalente di un salario di un operaio di livello superiore, cosa che mi sembrò decisamente esagerato, ma, incrociando lo sguardo di Laura e ricordandomi le parole di Walter, non volli entrare in polemica ed accettai la richiesta. Ovviamente non venne stilato nessun contratto ed in più la richiesta prevedeva tre mensilità. Unica nota dolente, il telefono era un duplex e non aveva una linea internazionale attiva. Questo significava che qualsiasi chiamata all’estero, che avessi voluto effettuare, sarebbe dovuta passare dal centralino dell’ufficio postale. La padrona di casa, la signora Felicia, capendo che stavo parlando del telefono, disse a Laura che lei avrebbe potuto intercedere per ottenere una linea internazionale che mi avrebbe permesso di telefonare senza l’intervento dell’ufficio postale. Buona notizia, ma la parte dolente che era solamente un’idea e che per diventare realtà avrebbe dovuto parlare con delle persone che conosceva. In ogni caso non era una questione di poco tempo, per cui mi rassegnai e, valutando i costi ed i benefici, spendevo molto di più affittando la camera dell’albergo, non indugiai oltre e ci stringemmo la mano in segno di accordo, oltre , ovviamente, ai tre mesi di anticipo, in marchi tedeschi.
Continua…

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