Spazio Italia - Radio Timisoara

Pensieri e basta

30/04/2019

Memento

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Esistono, devono esistere nella vita di ognuno di noi, persone che hanno creato momenti importanti di vita vissuta capaci di rendersi indelebili nella nostra mente e che, oltre al resto, ogni volta che vengono rievocati nell’intimo dei nostri pensieri, incutono rispetto.
Per i casi della vita, attorno cui tutto si forma, conobbi l’artista ad una cena dove c’erano almeno altre dieci persone, tra cui altri importanti artisti rumeni e non. Ștefan Călărașanu un uomo complesso capace di trasmettere la sua umanità con una forza ed un pathos unici, sia per il mezzo della sua arte che con la sua voce dirompente.
Mani forti, formatesi con anni di allenamento creando gioielli dalla pietra, fosse essa docile marmo o nera andesite. Pelle arsa dalle polveri delle sue idee e dal sole riflesso dal Bega, segni evidenti lasciati da anni trascorsi tra mille difficoltà anche e soprattutto, dettate dalla feroce incomprensione che circondava, lui, la sua vita e le sue opere.
Verso la fine, quando da dirompente, la sua voce, inesorabilmente ed impietosamente, diventava appena percettibile, il pathos di qualche anno prima e l’amicizia creatasi, regalava, a gente lontana, Un’opera che riusciva, nel vero senso del termine, a commuovere tutti.
Per le regole del caos era l’anniversario di un tragico evento, il quarantacinquesimo. Un terremoto aveva lacerato anime e beni in una valle siciliana già ospite, di altri artisti, da secoli. Custonaci, cave greche, offrivano la materia e l’artista, ormai afono, senza apparente conoscenza dei particolari anniversati, tra l’ammirazione e amicizia di un paese al completo, creava una tra le sue più riuscite campane. La concomitanza dell’evento storico rendeva naturalmente chiaro che, quell’opera sarebbe stata ‘la campana della memoria’.
Così è stato.
Dopo Ștefan, dopo aver svuotato il suo atelier, chissà dove sono i piedi del suo serpente, sessantasei dovevano essere, una sindaca illuminata dalle idee di un uomo del posto, quest’anno il 2019, ha definitivamente regalato l’esatta locazione alla campana della memoria. Se di memoria si deve parlare, oggi, l’opera di Stefan Calarasanu si trova esattamente dove, ormai 51 anni orsono, il terremoto fece cadere la campana della chiesa Madre di Menfi. Era il 16 gennaio 1968. È il 16 gennaio 2019.
E’ il rispetto per un grande artista che, tra i misteri del caso, ha portato gente lontana a rionorare la memoria sia dell’evento tellurico che dell’artista stesso. Quella gente lo ha ricordato con la stessa enfasi e la stessa passione che l’artista ha impegnato per le sue creazioni. Quello stesso rispetto, inconsciamente, ha trasmesso un duro monito ai suoi connazionali, che al contrario si sono dimenticati completamente di Stefan, uomo ed artista. Timisoara ha consegnato, come ultimo indefinibile gesto, la memoria di quello che per anni era stato il luogo dove l’artista ha vissuto, lavorato e creato, vivendo intensamente ogni attimo delle sue azioni, alle ruspe che impetuosamente hanno cancellato tutto. Alcune persone, catalogate al quarto posto della lista di Sciascia, non potranno mai comprendere lo scempio del loro gesto, soprattutto, non meritano nemmeno di presentarsi quali ereditieri del suo patrimonio culturale.
Noi, tra i tanti apprezziamo, con profondo rispetto, il lavoro che la creatività, l’ingegno, la passione di uni hanno saputo regalarci, consapevoli e coscienti che non sono questi a rendere migliore il mondo ma, altrettanto consapevoli, che con la forza con cui il battito d’ala di una farfalla cambia le sorti del mondo, hanno modificato qualcosa in noi.
Poche parole per ricordare un grande artista e l’amore nei suoi confronti oltre che la passione per sue opere che, nonostante l’attuale apparente oblio, rimangono un caposaldo della forza creativa di un rumeno vero, innamorato della città che l’ha ospitato, quasi inconsapevolmente per tanti anni e che, a ringraziamento, ha posato alcune tra le sue più belle opere in diversi luoghi della città, uno tra tutti la filarmonica. Nel privato, pochi fortunati, custodiscono eccellenze create dalle idee di Ștefan e, quei pochi, continueranno a brindare alla sua memoria, alla stregua di tutti quelli che, passeggiando nella piazza principale di Menfi, potranno leggere il suo nome sul nuovo basamento dove poggia la sua campana, la campana della memoria.
Gianluca

Spazio Italia - Radio Timisoara

09/11/2017

Retezat 45

Chegge di campana nascendiIL CRO era immerso nel verde della Pedemontana, a pochi passi da Pordenone e da Sacile. Papà era il primario anestesista e per un periodo ne era stato il direttore sanitario. Cinzia la sua segretaria era attiva e molto simpatica. Piccola di statura, gradevole d’aspetto e bionda. Conoscendo papà non credevo che l’avesse scelta lui, molto probabilmente era capitata li per caso ed a lui era andata bene. “Mi ricordo quando sei venuto ad annunciarmi che ti eri licenziato dalla banca. Mi era venuto un colpo. “ Non era passato tanto tempo da quell’avvenimento, poco più di un anno. Da quel momento erano cambiate talmente tante cose che per papà, abituato anch’egli a cambiamenti importanti, era difficile starmi dietro. Per lui il mondo che avevi deciso di seguire era per alcuni versi astruso, quasi incomprensibile. Non era sicuramente un libro aperto come quello che stava vivendo mio fratello in America. Lui era un chirurgo. Papà comprendeva benissimo il suo mondo, forse un po’ meno la realtà americana, i suoi ritmi le sue regole, ma almeno il lavoro era chiaro. Il mio no. Cosa mi spingeva a rischiare tutto per cercare di avviare un’attività in un paese come la Romania. Che pericoli correvo? Era sicuro il posto dove vivevo? “la giacca dell’ultima volta che sei venuto a trovarmi puzzava di qualcosa di chimico, sei sicuro che vada tutto bene? “ Non potevo mentire a mio padre ed anche se ci avessi provato se ne sarebbe accorto subito. Il suo studio era al quarto piano del Centro di Riferimento Oncologico. Tanti libri la fotografia di mamma alla scrivania ed una mia ed una di mio fratello sullo stesso piano della libreria difronte alla scrivania. Lui sempre con un camice bianco impeccabile e le chiavi sempre nella toppa della porta, ma sempre all’esterno, anche quando non era in studio. Non aveva nulla da nascondere a nessuno.
“le cose non vanno poi così bene, papà. Non c’e da preoccuparsi, credimi, sto già trovando una soluzione. “ il suo sguardo era sempre più apprensivo. “come ti posso aiutare figlio mio? “ Papà non preoccuparti va tutto bene, ce la faccio. “
Non era proprio vero. Il mio socio aveva prosciugato tutte le mie sostanze e quello che non mi aveva prosciugato lui, me lo era prosciugato da solo non capendo che dovevo fermarmi ben prima. Ma sapevo che papà, benché avesse un buon stipendio viveva solo con quello. Era vero che si sarebbe tolto il pane di bocca per aiutare i suoi figli, ma non era giusto, io potevo farcela. “Dottore il Professor Rossi la desidera in sala operatoria… Si Cinzia, digli che arrivo subito. “ Guardandomi mentre si accinge a uscire dallo studio, “tu lo sai che tutto quello che ho è tuo se ne hai bisogno, vero? “ Non era una frase di circostanza “papà se avrò bisogno veramente te lo dirò, stai tranquillo, non ho intenzione di fare cazzate. “
Non c’erano molti momenti di condivisione con papà. Ci capivamo al volo, bastava la semplice intonazione della voce e capivano, l’uno dell’altro, sempre. Ci eravamo capiti anche in momenti difficili, prima che mamma se ne andasse dilaniata da una malattia che papà riusciva a curare a migliaia di altre persone. Da qui un motivo per un dolore ancora più intenso, anche se faceva di tutto per non farlo trasparire.
Non è vero che il tempo lenisce i tormenti, ne cambia solo forma ed intensità.
Capirci così velocemente faceva sì che potevamo trascorrere tantissimo tempo senza parlarci. Ma entrambi sapevamo che c’eravamo e che ognuno di noi nutriva un affetto così profondo che la separazione non sarebbe stata possibile nemmeno con la morte.
Scesi con lui in ascensore. Lui si fermò al secondo piano dove si trovava il blocco operatorio. Non eravamo uso a manifesazioni di affetto palesi. Pochi abbracci, ancor meno baci, almeno allora. “Ciao, stai tranquillo.”
Quando ci lasciavamo, il mio pensiero cercava di immaginare la vita di papa’, le sue abitudini. Dal 1985 era rimasto solo. Mamma non c’era piu’ e lui non sembrava molto propenso a crarsi una nuova vita. Si crogiolava tra piccole storie e raporti amichevoli che lo avrebbero accompagnato per tantissimo tempo con la forza ed il sostego che le piccole passioni sanno regalarti quando spegni la luce della lampada sul comodino. Alcuni raporti veramente prodfondi che chissa’ per quale motivo non si conretizzarono mai in qualcosa di piu’ concreto. Alcune volte pensavo che papa’ non avesse voluto rischiare di calpestare qualche equilibrio con uno di noi figli. Ma anche se non credo che quell’equilibrio fosse il nostro, mio e di mio padre, mi sembra difficile che riguardasse mio fratello. Tuti e due, anche se in maniera diversa, eravamo profondamente devoti a papa’. Per noi era un faro, un’ancora ed un vero punto di riferimeto a cui rivolversi nel caso qualcosa delle nostre scelte non avesse raggiunto il traguardo sperato o, peggio, fosse naufragato in qualcosa di non desiderato. Papa’ era l’uomo che c’era sempre, in ogni momento, a cui potevi raccontare tutto e che a tutto avrebbe trovato una risposta. Papa’ non ti avrebbe mai umiliato ne tanto meno castrato alcuna delle tue idee, anzi, si sarebbe sempre prodigato nel cercare una soluzione che avrebbe visto, sempre, te come il protagonista. Aveva vissuto una vita quasi in punta di piedi. Sempre a disposizione di tutti anche se , ogni tanto, era disturbato dalla gente. Aveva bisogno di momenti di ricarica e di solutidune. Forse per questa paura di non avere sufficienti momenti per se che non si ricreo’ mai un’altra vita. Lui sapeva che aveva noi, anchese a quel tempo ne’ io ne’ mio fratello gli avessimo dato grandi prove i riuscire a crearci una situazione sentimentale stabile, papa’ era convinto che ci saremmo riusciti, prima o poi.
Fuori pioveva, non forte, ma in maniera decisamente fastidiosa. Quella notte non avevo dormito molto ed anche se non potevo dire di essere stanco, se avessi potuto mi sarei volentieri fermato a Pordenone per riposare. La mia macchia era parcheggiata nel grande parcheggio antistante l’ospedale, dovevo percorrere poche centinaia di metri, ma indugiai rimanendo sotto la tettoia dell’ingresso del CRO.
“Gianmaria!? “
Era l’anatomopatologa che tentava di invitarmi a cena da una vita. “Ciao Rachele” mi avevi detto che non eri disponibile. “si, vedi, dovevo parlare con papà e… “ Non mi lasciò termimare la frase. “Basta scuse adesso. Il prossimo fine settimana, venerdì sera, a cena a casa mio a Sacile e non accetto rifiuti di nessun genere. “
Non avevo più nessuna scusa. La mia potenziale soluzione ai problemi createmi da Paolo, prevedevano che rimanessi tutta la settimana a Padova per cui, perché no? “ok, Rachele, ci di vede venerdì sera a Sacile. “
Continua…

Spazio Italia - Radio Timisoara

26/05/2017

Retezat 44

uraganoAvevo passato tutta la mia vita, o quasi, a Padova. Conoscevo tutti e tutto. La gente al bar degli Osei in piazza della Frutta, al Margherita, al bar da Massimo in Piazza delle Erbe. I tempi della “nafta” il gelato di Rocco, in prato della Valle erano finiti, ma I luoghi dove incontrarsi con gli amici di sempre non mancavano. “Giorgio! Amico mio, come stai?” era sempre allegro, fumava come un turco e si divertiva sempre di piu’ da quando aveva riaquistato la liberta’ dalla Milly. “Gian, ma lo sai che l’ultima che ho scopato e’ una bomba? Mi sta togliendo il fiato. Ma, si, lo dico a te che chissa’ che cosa stai combinando in Romania.” Non c’era verso. Chiunque incontrassi in Italia che sapesse della mia attivita’ in Romania, era piu’ che convinto che, anche se svolgessi veramente una qualche attivita’ in quel Paese, comunque doveva essere marginale a quella sessuale. Non mi piaceva, ma era come combattere contro I mulini a vento, non c’era nulla da fare. “Devi venire a trovarmi per capire.”
“Domani c’e’ una festa a casa della Chiara, vieni?” Mi sarebbe piaciuto andare con lui a quella festa, c’era sempre da divertirsi, ma non ero riuscito a sganciarmi dalle insistenze di una collega di mio padre, una anatomopatologa del centro che papa’ dirigeva. Questa dottoressa, Rachele, si era messa in testa che doveva accasarmi e continuava ad invitarmi a Sacile, nel suo splendido palazzo in centro, per potermi presentare qualche sua amica o conoscente che lei reputasse idonea alla mia persona.
Ma non era il momento, in piu’ le sue cene erano perennemente molto copiose ed annaffiate da ottimo vino, quindi avrei dovuto rimanere a Sacile a dormire ed avrei compromesso anche la domenica. “Rachele, ciao, senti non ti scoccciare, ma non me la sento di venire questa sera, facciamo per la prossima volta, ti prometto che ci saro'” Non era stata molto contenta. Sicuramente aveva gia’ organizzato un incontro con chissa’ quale donna rifiutata da altri maschi o, frutto di un matrimonio fallimentare e, di sicuro, mi aveva dipinto come un ottimo partito alimentando chissa’ quali speranze. No, meglio la festa da Chiara con Giorgio. Divertimento assicurato, brioche alle cinque del mattino in Riviera Paleocapa e poi a nanna, probabilmente con una nuova conquista con cui dividere I mio letto, ma non piu’ di una notte.
Quel fine settimana, beche’ la Romania, Bozna e tutte le persone che vivevano li’ e che avevano avuto contatto con me, fossero costantemente presenti in tutti I mei pensieri, dimenticai tutto. Avevo bisogno di ricaricare le batterie, di fare qualcosa di normale, o, per lo meno, di usuale con quello che avevo vissuto per decine di anni prima della mia decisione di andarmene da Padova. Ricordo ancora con piacere quella notte. La mia storia in Romania era diventata una sorta di leggenda tra le persone che mi conoscevano e tra I loro amici. Tenni banco per ore e Bianca era molto piu’ che interessata ai miei racconti. Non era niente male Bianca. Per un weekend, almeno. Continuavo a pensare alla situazione che si era create a causa di Paolo ed anche mia, tutto sommato. Avrei dovuto essere piu’ accorto e valutare bene tutte le opzioni e soprattutto non basarmi solamente sulla parola di un uomo che, giono dopo giorno, si dimostrava sempre meno affidabile. Ma nonostante tutte queste incipienti lugubrazioni non riuscivo a vedere le mie attivita’ come un fallimento. Qualcosa mi spingeva costantemente iad andare Avanti a non fermarmi. Era come se qualcosa di me sapesse che quella prima attivita’ a Bozna non poteve e non sarebbe stata l’ultima. Certo che se avessi dovuto basarmi sui risultati, come, normalmente si deve fare per valutare un’attivita’ economica, avrei dovuto fermare tutto e tornare indietro prima che fosse troppo tardi.
C’e, esiste un nemico che vigila solerte su tutti I neo imprenditori. Si chiama amore del proprio progetto. Ti incaponsci e ti autocnvinci che sei bravo che I tuoi calcoli, le tue supposizioni sono corrette e che ancora un piccolo sforzo e funzionera’. Ed e’ allora che cadi e ti fai male. Il muro che era difronte e che non hai visto ti ha schiacciato il naso e rotto molte ossa. Quel muro che tutti, dopo, avevano visto da tempo, ti ha fermato in malo modo. Non credo che esista un solo imprenditore che nella storia non si sia innamorato del suo progetto, quando era all’inizio della sua carrier, come non credo che esista un singolo imprenditore che non abbia avuto problem, anche seri nel decorso della propria atttivita’.
Avevo mangiato un boccone alla trattoria al gallo a ponte rotto, un posticino alla buona vicino casa. Bianca era contenta. Avevamo scherzato, mi aveva chiesto molte cose sulla mia avventura rumena. Le avevo raccontato del rumore dei tacchi delle scarpe delle donne, dell’albergo senza acqua, dei bloc storti e terribilmente tristi, come degli occhi delle donne che uccidevano , con la loro tristezza, tutta la bellezza dei loro visi. Stavo bene, nonostante I pensieri erano costantemente rivolti a quello che sapevo dovevo fare in Romania, mi sentivo bene. Quel fine settimana, Giorgio, la festa e Bianca, mi avevano come purificato, lavato da quell ache stave diventando un coltre polverosa che rischiava di bloccar I miei ingranaggi piu’ fini e sensibili. Non potevo permetterlo e non lo avrei permesso.
Continua….