Spazio Italia - Radio Timisoara

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03/04/2017

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20160815_113052Non se fosse il sole, il cielo terso o l’aria pungente a rendere tutto così speciale. Era tutto diverso da dove venivo, non era un altro tempo era un altro luogo, ma aveva le sembianze di qualcosa del passato, un passato che non avevo propriamente vissuto. Le cose, la vita stessa, sembrava più vera, più genuina. La gente si radunava per discutere. Il postino portava la corrispondenza tra le persone, non solo fatture o deplians pubblicitari. Quanto sarebbe durato?
La gente era povera. Viveva in case essenziali, riscaldate dalla stufa a legna. I bagni erano in fondo al giardino, chiusi tra quattro assi di legno. C’era la corrente elettrica, ma non l’acqua corrente ed ogni casa aveva una corte, un appezzamento di terreno e la stalla con gli animali. A Bozna ed in tutta l’area, c’erano le bufale, “bivolite”, ma non esisteva che un tipo di formaggio, “telemeà”, la mozzarella era una nobile scosciuta. Questo nei villaggi in campagna. In città c’era apparentemente tutto, acqua corrente, riscaldamento, bagni e fognature oltre che il telefono, ma sembrava tutto vecchio, usato e decadente oltre che precario e sporco. Preferivo i villaggi, almeno questi mantenevano quello che promettevano e poi la gente, la maggior parte, faceva di tutto per rendere le proprie abitazioni dignitose e pulite. Il pubblico, al pari del nostro sud Italia, lasciava a desiderare. Strade, canali e tutto quello che non era direttamente posseduto da qualcuno, era di tutti, quindi di nessuno. Il comunismo aveva, decisamente sradicato con brutalità inaudita, qualsiasi concetto di cooperazione e di unione. Paradossalmente il regime per eccellenza delle cooperative e dell’unione delle forze oltre che degli averi, aveva desertifcato qualsiasi buona intenzione di coalizzazione e collaborazione. La gente aveva patito le pene ed i terrori delle collettivazioni forzate. Uomini semplici, ma piccoli proprietari di pascoli, boschi e terreni fertili, avevano preferito darsi alla macchia piuttosto di acconsentire alla “volontaria” cessione dei propri beni alle nascenti cooperative agricole di produzione, i famosi “CAP” di cui tutta la Romania porta ancora oggi i segni, marcati da fatiscenti costruizioni agricole, per lo più stalle e depositi di cereali, disseminati per tutto il territorio nazionale.
E quel clima, perfetto, senza umidità, l’aria pulita che odorava di fresco inondava piacevolmente i polmoni di nuova linfa vitale. Questo non valeva per Zalau, appestata da un annorbante puzzo onnipresente, ma in campagna, oltre il monte Meses, sulla strada per Cluj-Napoca, c’era il paradiso.
La gente stava ad ascoltare Emil che spiegava perchè bisognava stringere bene le viti di collegamento dei cavi elettrici. La gente non capiva, fintanto chè mi venne l’idea di chiedere ad Emil di aiutarmi a costruire un piccolo dispositivo con un carico elettrico importante, quale poteva essere quello di una stufa elettrica. Collegammo, volutamente, male i cavi elettrici, senza stringerli quasi per niente e scegliendo una sezione molto ridotta rispetto quella che, secondo le leggi della fisica, avremmo dovuto utilizzare. Un esempio è più efficiente di mille parole. Quando collegammo il tutto, dopo i primi minuti durante i quali sembrava funzionare alla perfezione, i cavi elettrici utilizzati iniziarono a fumare e, immediatamente dopo, presero fuoco. Il contatore non eveva un magnetotermico di protezione, bensì una sorta di fusibile ceramico, ma, nonostante l’evidente corto circuito, non stacco’ la corrente continuando ad alimentare il piccolo incendio. Le donne si spaventarono ed iniziarono ad urlare. Ci misi un paio di minuti a calmare le acque. “Questo è quello che acade se utilizzare sezioni di cavo troppo sottili e non stingete molto bene i collegamenti”. Avevo riprodotto, senza saperlo, quello che moltissimi di loro avevano subito proprio a causa della loro povertà che gli aveva “consigliato” di acquistare prolughe non adatte al carico che avrebbero dovuto supportare. Se non ci fu mai un errore nella produzione dei miei quadri elettrici, fu quello legato ai cavi poco serrati nei loro collegamenti.
La piccola area di produzione era un gioiello. Razionale, efficiente e logica. Tutte le operazioni necessarie per produrre i quadri elettrici erano state smembrate in piccole attività di pochi secondi, tutte al di sotto dei novanta e divise tra le varie persone, formando, di fatto, una piccola catena di produzione. Alcune operazioni, perchè più lente e particolari, erano poste fuori linea ed attivate in anticipo, in modo da avere una piccola riserva per non rallentare o fermare il flusso delle attività in linea.
L’area non aveva un vero e proprio ufficio, per cui posizionai una scrivania proprio all’inizio dell’area di produzione, come se fosse una classe, dove io, che potevo essere considerato il “maestro” stavo in cattedra e supervisionavo i miei operai. Come suonava strano, “i miei operai”. Erano persone che avevano bisogno di lavorare per poter arrotondare i miseri proventi del loro lavoro nei campi o nelle stalle. Moltissima gente aveva richiesto ed ottenuto il passaporto, forse più per annichilire l’insopportabile divieto di poter abbandonare la propria nazione. Ma quasi nessuno aveva mai avuto nemmeno l’idea vera e propria di usarlo. Soprattutto quelle persone che non vivevano in zone limitrofe ai confini di Stato. Inoltre, per poter viaggiare in “Europa” avrebbero dovuto, tutti quanti, richiedere un visto e, allora, non era cosa po così semplice. Questo ovviamente, aveva visto proliferare una sorta di corruzione e malaffare, spesso alimentato da sedicenti funzionari o pseudo funzionari di Stato e di Consolati stranieri, di cui l’Italia non fu immune, che commercializzavano visti per cifre che oscillavano tra le poche centunaia di dollari a qualche migliaia, a seconda della nazione e del tipo di visto richiesto. Qualche anno più tardi avrei conosciuto uno di questi “signori” che, incredibilmente, continua ad operare ancora oggi, ma, chiaramente, a livelli ben più elevati.
Tutti, ma proprio tutti si rivolgevano a me appellandomi “domnul patron” “signor padrone” ed a secondo del contesto si usavano formule quali “patronul meu” ovvero “il mio padrone”. Io cercavo in tutti i modi di convincerli che li non c’era nessun padrone di nessuno, bensì gente disposta a lavorare, a rischiare ed a mettersi in gioco sfruttando, ognuno di loro, le proprie competenze e le proprie capacità.
Era stato molto difficile scegliere i miei primi dipendenti. Prima di tutti Laura non mi aiutava con le sue frammentate e spesso, infedeli, traduzioni. Inoltre non avevo nessuna esperienza in quel tipo di attività. Non sapevo che avrei dovuto, in seguito negli anni, assumere decine di migliaia di persone e già quella piccola schiera di persone che stavano lavorando per me, mi sembravano un numero enorme. Forse era anche il senso di responsabilità che mi rendeva particolamente sensibile. Sì responsabilità e una sorta di timore, anche se velato, relativo alle attività che avevo deciso di porre in atto. Non avevo e non potevo avere nesuna certezza che quello che stavo facendo avrebbe avuto il fine sperato e, come insegna Murphy, nulla ma prorpio nulla andrà mai nel modo in cui lo hai pianificato. Io non ero l’eccezione che confermava la regola, anzi. Certo, già in quel momento avrei potuto rendermi conto di quello contro cui stavo andando incontro, ma non ero ancora capace di scindere l’amore per la mia idea, che, tra le altre cose, si stava realizzando, e quei segnali che, seppur deboli, già stavano urlando l’incongruità di alcune azioni verso le dichiarazioni di intenti. C’erano i numeri relativi ai lavori da eseguire che non tornavano, prima di tutto. Finiti i primi quadri elettrici che, nonostante la prima impressioni di quantità smodata, si erano rivelati quelli che erano, poco meno di dieci giorni di lavoro. Non ultima la fattura di Paolo per le attrezzature che aveva mandato, il cui valore era almeno dieci volte il più caro del valore reale. Oltre a questo c’erano tutti i costi che, nei miei piani previsionali in erba, non avevo considerato bene o non avevo considerato del tutto e, benchè si trattassse molto spesso di piccole somme, la loro quantità stava crescendo a dismisura, limando in maniera importante, il mio capitale in marchi.
“Senti non ha nessun senso che io rimanga qui a Bozna con te. Tra poco ci sarà bisogno di avere un ufficio a Zalau, andare in banca, in Dogana e seguire l’attività in tutti gli uffici deputati al controllo delle attività economiche.” Laura, era più che evidente, voleva stare in città. Io volevo lo stesso, ma perchè mi ero reso conto che la sua presenza, non solo era stata fraintesa dai dipendenti che avevano creduto che lei fosse anche la mia amante, ma soprattutto per il suo carattere scostante che generava una sorta di malessere generale che spariva nel momento stesso in cui, lei, Laura, usciva dal capannone. Continuavo a chiedermi perchè mai continuassi a tenerla al mio Servizio.
Avevo superato la frontera dei trent’anni. Un uomo con delle ferite sentimentali rimarginate a forza di palliativi di tutti i colori, misure e caratteri. Non nascondo che trovare una compagna fosse una delle mie priorità, avevo altro da fare in quel momento, ma una relazione stabile, con la quale condividere alcune delle mie nuove esperienze, certo, non sarebbe stata una brutta sorpresa. Ma in quel periodo passavo molto tempo, sempre di più in Romania. Lì avevo un problema dettato dal fatto che ero italiano. Non avevo nessuna possibilità di capire se le intenzioni di una donna rumena, fossero dettate da sentimenti, veri, oppure da altri tipi di desideri quali quello di ottenere dei vantaggi economici. La differenza tra le mie possibilità economiche di allora, assolutamente normali in Italia, e quelle che un cittadino medio poteva solamente immaginare, erano abissali. Facile capire la mia diffidenza nel credere in potenziali sentimenti.

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15/03/2017

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20160918_130110Ero nato lontano nel tempo, da quel tempo, da quelle persone, da quella storia e da quella cultura. Ero nato a Roma, ero a Bosza. Come si chiama quel fattore che ha deciso che io nascessi in una città di una nazione libera e ha deciso che le persone nate li avessero dovuto nascere lì. Caso, fortuna che sia, io ero stato fortunato. Non avevo vissuto le nazionalizzazioni selvagge, l’arroganza del potere assoluto. La violenza delle invidie delle persone che solo pochi mesi prima erano al servizio di altre, non perchè obbligate ma percè pagate. L’orrore di vedere i propri beni sequestrate e distribuiti a sconosciuti. L’angoscia di dover condividere la propria casa con altre famiglie sconosciute fino a poche ora prima. Avevo avuto fortuna. Fortuna ad esere nato dov’ero nato, nella famiglia da cui ero stato allevato, gli studi che avevo frequentato, le persone che avevo conosciuto, il mondo che avevo conosciuto. Fortunato ad essere lì, adesso ad aiutare Gianni, incazzato per il ritardo con cui ero riuscito ad ottenere il libero di dogana. Per lui ero il colpevole perchè non sarebbe riuscito ad arrivare a Cluj-Napoca in tempo per organizzarsi con la sua amica. “Ma porca miseria, non potevi dargli subito dei marchi così ci liberavamo prima? Adesso siamo ancora qui e non abbiamo finite nemmeno di scaricare. Addio scopate.” Non davo molto peso alle sue parole, se non quella Ragazza, ne avrebbe trovata, sicuramente un’altra disponibile a concedersi in cambio di qualche attenzione. Questo era quello che, la maggior parte degli stranieri faceva durante le serate e le notti lontano da casa. Anch’io non potevo non essere insensibile alla straordinaria quantità di ragazze e donne molto più che piacenti, ma, al contrario di moltissimi altri “ospiti” non ero nè affamato, nè, tanto meno, a digiuno di avventure dalle quali cercavo qualcosa che non fosse pura soddisfazione ormonale, bensì qualcosa che mi regalasse delle impressioni, più chè delle emozioni. Per questo, lì, in Romania, mi mancava un element fondamentale, non conoscevo la lingua. Oltre a questo, in realtà, non mi piaceva mischiare la mia persona con quella pletora di persone che sembravano essere guidate da un solo unico interesse, il sesso. Negli anni scoprii che in tutta l Romania, ma la questione era valida per tutti i paesi dell’Est Europa, per cui, una grande quantità di aziende costituite dopo la caduta del muro di Berlino, avevano, di fatto, come scopo sociale, l’attività sentimental commerciale.
Passai diverse ore a sistemare la merce nel capannone. Ion, uno dei tre ragazzi che avevo assunto per assicurare la guardia dell’immobile, mi aveva aiutato senza risparmiarsi. Non erano molti bancali, in tutto erano sei. Il furgone di Gianni ne poteva contenere otto, ma avevo ricevuto, oltre al materiale per produrre i primi cento quadri elettrici, per i quali avevo passato diverse ore, in Italia, con un dipendente di Paolo, ad imparare i trucchi e le particolarità di quell montaggio, anche delle attrezzature che a detta sempre di Paolo, erano fondamentali. Già dalla traduzione della fattura delle attrezzature avevo visto che il prezzo a cui Paolo le aveva fatturate, era decisamente spropositato, ma, ingenuamente, ritenni di risolvere quella questione alla prima occasione mi fossi trovato in Italia. Per il momento era necessario avviare le attività vere e proprie e non c’era molto tempo. Sempre Gianni, sarebbe tornado a caricare il frutto del nostro lavoro entro dieci giorni.
Alla luce delle mie esperienze future, quello che avevo iniziato a fare, aveva il sacro sapore di una pazzia. Non c’era un minimo di programmazione. Le informazioni sulle quali avevo basato tutta la mia avventura, erano delle parole sgrammaticate profuse dal Paolo senza che avessi avuto la possibilità di verificarne una qualche parvenza di veridicità. Le impressioni, le prime, che mi avevano vivamente consigliato di stare molto attento se non addirittura lontano, da quell personaggio, le avevo annichilite con l’entusiasmo di quello che stavo iniziando, una nuova vita. Oramai ero in gioco. Avevo iniziato a spedere diversi soldi per finanziare l’inizio dell’attività, nessuno me li avrebbe restituiti se non io stesso con il lavoro che sarei stato capace di generare da quello per cui li avevo spesi.
Arrivai a Zalau, nel mio, triste, appartamento, stanco, sporco ed affamato. Per strada ricordai che avevo comprato delle buste di risotto pronto da cuocere ed appena entrai in casa, misi la pentola sul fuoco, accesi la televisione ed iniziai a sgranocchiare dei biscotti salati, ma non prima di aver aperto una bottiglia di syrah siciliano. Quel risotto alla Milanese, con tutto il suo gusto di coloranti chimici, era delizioso. Ero seduto sul divano del “salotto” di quell’incredibile appartamento, con il soffitto viola il lapadario che, se non stavi attento mentre attraversavo la stanza, ti rompeva il naso, per quanto era basso, ed avevo iniziato a guardare la televisione. Berlusconi imperava su tutti I canali italiani. Io che avevo cercato, pochi anni prima, di alimentare un movimento politico alternativo, che per la cronaca si chiamava “La Rete”, antesignana formula del, ben più efficace, Movimento 5 Stelle, nell’ascoltare quelle notizie e, soprattutto, sentendo l’enfasi con la quale quei giornalisti riportavano le belle gesta del supremo, non potevo far altro che cambiare canale. Al tempo tutti i canali Rai e Mediaset erano in chiaro in Romania. Alcuni avveduti e lungimiranti imprenditori in erba, avevano costellato i loro bloc e quelli limitrofi di un dedalo di cavi coassiali bianchi che portavano in ogni casa il segnale televisivo, prelevato da parabole che, collegate a dei ricevitori equipaggiati con schede pirata, ricevevano tutti i canali del satellite HotBird. Alcuni di loro, pochi, riuscirono a capire che avrebbero potuto rivendere quei segnali non solo ai bloc limitrofi al loro appartmamento, ma a tutta la nazione. E così, qualche tempo dopo, a dir il vero diversi anni dopo, iniziarono a distribuire anche il segnale internet e la telefonia.
Non potevo non pensare al giorno dopo. Avevo organizzato una sessione con i ragazzi della Tex per stabilire come avremmo iniziato a dividere il lavoro con le persone che, nel frattempo avrei assunto. Dopo molti viaggi, incontri, piccoli problemi ed incongruenze, era venuto il giorno in cui avrei iniziato, veramente, la mia nuova attività, la mia nuova vita. Dire che ero eccitato è poco. Pensavo a mio fratello che da diversi anni aveva compiuto un passo importante trasferendosi a Chicago per diventare un chirurgo. Lui ambiva ai trapianti di organi, io ad assemblare dei quadri elettrici in Romania a Bozna. In essenza la stessa cosa, più o meno. Non potevo dimenticare i miei colleghi della banca dove avevo lavorato diversi anni a Padova. Mi avevano giudicato, tutti, nessuno escluso, un pazzo. I miei amici, anche se molti non me lo avevano confessato, avevano la stessa opinione ed alcuni erano convinti che avessi un motivo, solo un motivo sentimentale per essermi deciso a migrare, o qualcosa del genere. Solo Giorgio aveva veramente capito qualàera làimpulso che mi aveva spinto a rinunciare a praticamente a tutta la mia normale esistenza di cittadino padovano e di andare lì a Bozna, vicino a Zalau in Salaj in Romania.
Emil aveva raggiunto Bozna molto presto, ma io ero già lì da un paio d’ore almeno. Avevo fatto costruire dei tavoli da lavoro ed avevo sistemato delle attrezzature su di essi, ma ancora non sapevo bene come dividere i compiti e soprattutto di quante persone avrei, veramente, avuto bisogno. Insieme decidemmo di utilizzare le foto che avevamo scattato dei quadri elettrici, dopo averle opportunamente divise in zone, al fine di avere un supporto per gli operai. Ogniuno di loro avrebbe dovuto approntare la preparazione di una parte del quadro. Diversamente dall’Italia, dove gli uomini di Paolo costruivano un quadro elettrico partendo dallo schema elettrico, a Bozna, dovevo dividere le attività in modo che fossero più elementari e ripetitive. Non sapendolo stavo adottando le teorie del lean manufaturing, sistema di produzione inventato dalla Toyota almeno cinquant’anni prima e molto in voga presso le società di tutto il mondo. Dopo qualche ora avevamo capito cosa doveva essere fatto. Ci servivano dodici operai, ne avevamo solamente otto, ma a quel tempo, bastava aprire la porta e sarebbero entrate almeno il dopio delle persone di cui avevi bisogno, a chiedere del lavoro. Ogniuno aveva un insieme di attività che non superavano i tre minuti e, collaudi, compresi, potevamo produrre un quadro elettrico completo, in meno di cinquanta. Alla base c’era una serie di preparazioni di base, come il taglio dei cavi elettrici a misura, la preparazione dei componenti per ogni postazione e tante altre piccole attività che avrebbero reso al minimo i tmpi di attesa e, possibilmente, gli errori.
Emil aveva tenuto dei piccoli corsi alle maestranze insegnando tutto quello che avrebbero docuto sapre. Gli uomini erano molto attenti. Su consiglio di Calin avevo preferito le donne per i lavori di assiemaggio e solo due uomini per i lavori che necessitavano uno sforza fisico maggiore. Fu una scelta vincente e, per il periodo che lavorai a Bozna, non ebbi mai nessuna sorpresa negativa.
Continua……

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10/02/2017

Retezat 40

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La prima operazione di sdoganamento in Romania. Gianni era arrivato puntuale. Non guidava un camion ma un furgone Ducato bianco. Le porte posterioni erano state siggillate in dogana in Italia. Il siggillo era in platica e riportava un numero di identificazione che era stato trascritto sul documento di trasporto che accompagnava la merce. Non avevo idea di quanto sarebbe durata l’operazione di sdoganamento, sapevo solamente che non sarebbe stata breve. “Fai in modo che non duri molto che voglio ripartire per Cluj-Napoca quanto prima, ho un’amica che festeggia il suo compleanno” Gianni era un ragazzone veneto di poco più di venticinque anni. Solido e concreto con un disprezzo accentuato per tutto quello che era Romania. “Gianni se loro fossero diversi, tu non avreti queto lavoro ed io non sarei qui.” Ma le mie argomentazioni non erano sufficienti per modificare il pensiero di Gianni, radicado, più che altro, sulla cultura elementare sostenuta da voci da bar. E’ vero che l’atteggiamento di molti ufficiali addetti al controllo del rispetto delle regole locali, non aiutava nè Gianii nè nessun altro, a modificare le proprie convinzioni, ma era anche vero che un atteggiamento denigratorio altro non portava a creare ulteriori e nuove incomprensioni che avrebbero potuto creare insuccessi e problemi.
“Marius, qui ci sono i documenti. Corina era, come al solito in corridoio a fumare. Quella mattina c’era anche Manuela, era arrivata prima di me con dei documenti per delle esportazioni. Non c’era altro da fare che aspettare che finisse di completare le documentazioni necessarie, visto che in tutto l’ufficio di Marius, c’era una sola machina da scrivere. Il mio programma non era finito, ma ero molto impaziente di avere una copia dei documenti di import, che si stava iniziando a creare, per poter completare le procedure necessarie per il mio programma. Completato mi avrebbe permesso di finalizzare tutte le attività molto, molto più velocemente.
Già dall’inizio avevo capito che Gianni, molto probabilmente, sarebbe arrivato in ritardo alla festa di compleanno della sua amica a Cluj-Napoca.
In realtà, Manuela, era talmente veloce e precisa nel redattare I moduli di dichiarazione doganale, che dopo nemmeno quindici minuti, l’unica macchina da scrivere disponibile nell’ufficio di Marius, era disponibile per le graziose mani di Corina. Purtroppo quelle deliziose manine non comandavano altrettanto velocemente le proprie dita. Inoltre era la prima dichiarazione e la fattura che accompagnava il carico nel furgone di Gianni era di venti pagine. Tutti I componenti erano quasi della stessa famiglia, ma in Romania bisognava dichiarare i beni, non per famiglia, bensì analiticamente. Questo significava solamente una cosa, tanto tempo.
Dalla compilazione dei moduli della dichiarazione doganali di importazione al ricevimento della merce, la strada era ancora molto lunga. I moduli era pronti e Cornina, dopo averli fatti timbrare e firmare a Marius, si era incamminita verso l’ufficio finanziario della dogana di Zalau. Il timbro, allora non lo avevo ancora capito, avrebbe caratterizzato oltre venti anni delle mie atività in Romania. Tutto, ma proprio tutto, doveva essere timbrato. Il timbro, “stampila” era obbligatorio per quasi tutto e prevaleva sulla firma, anche in banca. Avere il timbro, per la cultura locale, dato che per ottenerne uno bisognava perorrere una sorta di calvario, significava essere ed avere il diritto di gestire ed amministrare la società il cui nome era riportato sul timbro, appunto. Per l’apertura di un conto corrente in banca, era obbligatorio presentare decine e decine di documenti e, ovviamente, il timbro, ma dopo aver acceso il conto, per aggiungere un delegato, Liana venuta in banca con me, dato che mi ero messo in coda ad un altro sportello per cambiare dei Marchi in Lei, avendo il timbro, aveva ottenuto e depositato la sua firma, quale, delegate, per operare sul conto corrente della società. L’addetta allo sportello, chiedendole se aveva il timbro, aveva supposto che lei fosse il titolare della società e, quanto meno, la persona che aveva I poteri per delegare qualcuno, ad operare sui conti della società. Dai miei dieci anni di banca, capendo cosa stave accadendo, iniziai a chiamare Liana, con un tono di voce crescent, finatanto ché, forse disturbata dal tanto vociare, mi aveva guardato con il solito sguardo disturbato e distaccato senza capire il motive per il quale mi ero così inalberato.
“Ma quando danno l’ok per verificare la merce?” Era passata quasi un’ora ed in dogana non c’era quasi nessuno. Dall’ufficio finanziario che avrebbe dovuto verificare I conteggi per il pagamento dell’iva e delle imposte doganali, cosec he, grazie alla legge allora in vigore, non avrei dovuto corrispondere, ma che per qualche strano motivi statistici, la Dogana aveva l’obbligo di verificare puntigliosamente. Si sarebbe passati direttamente alla verifica dei sigilli del mezzo e, poi, la conformità del carico con la dichiarazione doganale appena presentata. Una volta che questo controllo avesse visto un termine, senza che il dognaniere avesse trovato qualche cosa di sbagliato, finalmente, il camion o furgone, nel mio caso, avrebbe potuto proseguire verso la destinazione finale di scarico. Alcuni ma e molti se, prima che il processo di sdoganamento genisse terminato, erano l’incubo di tutti I trasportatori che volevano sbrigarsi a scaricare e di tutti gli imprenditori, o responsabili di stabilimento, che non volevano fermare le loro produzioni. I ma erano dovuto all’esattezza delle dichiarazioni e delle Traduzioni delle fatture. I se dipendevano solamente dall’ufficiale doganale che si presentava per l’operazione. I più problematici erano quelli che svolgevano il controllo del mezzo. La ragione era semplice, potevano appartarsi dietro un rimorchio per far capire all’autista od al rappresentante della società che stave aspettando la merce o che la stave spedendo, e richiedere, più o meno esplicitamente, una sorta di contributo per poter snellire e velocizzare l’operazione. Oboli odiosi per coloro che non avevano nulla da perdere, men che men oil tempo, e necessary per coloro I quali erano incappati in errori siano essi formali ed involontari, siano essi volontari ed illegali.
“Mi devi dare venti marchi.” Corina che aveva seguito il doganiere nel piazzale, si era avvicinata a me e sottovoce aveva proferito la Richiesta. L’introduzione di Marius di qualche giorno prima, prendeva contorno. I servizi accessori erano quelli. Potevo scegliere di non pagare. Avrei atteso chissà quanto prima di poter vedere liberare la merce chiusa nel furgone di Gianni, oppure cancellare tutti I miei insegnamenti sociali provenienti, per lo più dalla mia famiglia, e mettere la mano al portafoglio. Ma qualcosa non tornava. La graziosa creatura, non aveva avuto tempo di parlare con il doganiere e, il discorso di Marius era stato molto chiaro. Quel tipo di Servizio, era incluso nel prezzo, Marius lo fatturava addirittura. Allora la realtà non poteva essere che un’altra. Corina stave facendo la cresta con l’aiuto del doganiere. Era la sua parte, diciamo, che completava il suo salario. Decisi di non dare nulla, facendo finta di non capire, dicendo che avevo da pagare solo a Marius e che stavo andando a chiedere a lui conto e ragione. Una perfetta interpretazione da idiota straniero che non capisce quali sono gli usi ed i costumi locali, meglio lasciare perdere, non insistere. “Tieni, qui ci sono I documenti, potete andare.” La mia deduzione era corretta. L’unica cosa che persi fu il sorriso di Corina. Poco male, comunque si vedeva da lontano che non era sincero.
Continua….