Spazio Italia - Radio Timisoara

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12/01/2011

…ed allora?

Nelle more delle infinite discussioni che seguono fatti spesso eclatanti, fatti che rievocano stupore e spesso disgusto, la maggior parte della popolazione tutta, quasi all’unanimità si indigna.
Questa indignazione è il frutto di una valutazione, spesso superficiale, dei fatti appresi, che, una volta comparati con il proprio livello di accettazione etico e morale, al quale spesso deve essere farcita anche l’educazione ricevuta e le esperienze precorse, si arriva al verdetto finale. Che questo sia accettazione incondizionata, approvazione e via via totale rifiuto, l’indignazione è direttamente propozionale con il livello di accettazione che siamo disposti ad acconsentire.
Ma indignarsi, in fondo, a cosa serve?
Proviamo a considerare per qualche secondo una faccenda che sicuramente crei indignazione tra la gente che ne venga a conoscenza. Bene, anche se dovremmo soffermarci un momento sulla questione della pubblicità che ogni singola faccenda ha o dovrebbe avere, soffermiamoci sul fatto che qualcuno, preposto alla gestione di un qualsiasi patrimonio, che per definizione non gli appartiene, si comporti in maniera tale da ricevere degli illeciti e lauti guadagni grazie ad alcune azioni che sono palesemente in contrasto non solo con la morale, con l’etica e con il mandato che, tra le altre questioni, remunera il nostro gestore, ma anche dal codice penale di quasi tutti gli Stati sovrani del mondo. Bene, esclusa la flagranza, altra questione anche questa a volte opinabile ahimè, la notizia del fatto avvenuto inizia a circolare, sempre più velocemente tra le persone. Queste sono prima di tutto quelle, diciamo, appropriate, vicine al malfattore o malfattrice che sia, ma via via, più o meno velocemente, a seconda dell’entità e della notorietà delle persone ed aziende in causa, si espande verso una pletora sempre maggiore di ignari ed apparentemente indifferenti cittadini. A meno che quest’onda lunga della notizia non solletichi un qualche magistrato prodigo ed attento difensore del codice, fatto e notizia, tra i mille rivolti che nel percorso hanno modificato se non stravolto i termini ed i dettagli dell’evento delittuoso, ricevono un giudizio da perte di ciascuno ne sia venuto a conoscenza. Quando queste persne decidono il loro grado di accettazione al fatto rivelato, spesso non potendo o non volendo approfondire nei termini la questione stessa, giovandosi del piacere di credere quello che più gli aggrada credere, rimango tra l’essere entusiasti e tra l’essere indignati.
Se a questo punto, l’indignazione, il parere formato del malfattore, vdo anche se ci riferissimo ad una malfattrice, non si concretizza in una qualche azione, qualunque essa sia, cosa tra le altre molto difficile da accadere dato che il qualunquismo regna quasi in maniera assoluta, soprattutto tra gli indignati comuni, la domanda che il malfattore o la malfattrice potrà naturalmente porre a se stesso ed agli altri, siano essi anche incauti accusatori, sarà sempre la stessa: “… ed allora?”. Una semplice locuzione che cela una verità quasi inconfutabile. “Dite e pensate quello che volete, tanto non cambia nulla. Io sono furbo ed intelligente, e posso permettermi di fare quello che voglio”. Questa potrebbe essere una delle tante, tra le idee che potrebbero anche essere espresse dai più sfacciati tra i malfattori e la questione tragica è che, nella maggior parte delle situazioni, questo pensiero risulta essere veritiero.
Indignarsi non basta.
Anzi non serve, dato che non esistno più ed in molti casi di malaffare, non possono esistere sentimenti quali l’orgoglio , l’amor proprio, il rispetto e quant’altro dovrebbe albergare in ogniuno di noi. Dato che l’indignazione mina solo questi sentimenti, in assenza degli stessi è, per l’appunto, completamente inutile.
Per concludere torno sempre sulla stessa riga. Se veramente non siamo d’accordo con qualcosa, se veramente qualcosa ci ha indignati, ci ha fatto letteralmente uscire dai gangheri, allora mettiamoci all’opera e combiniamo qualcosa, attiviamoci in modo che il nostro malfattore o malfattrice impunita, vega a rispondere delle proprie misfatte, sempre tenendo in alta considerazione il fatto che non di vendetta si tratterebbe, bensì di elevato senso civico e sociale.
Gianluca Testa

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