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22/07/2019

TM2021

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downloadUna città decide di partecipare al concorso per diventare Capitale Europea della Cultura.
Già di per sé, il solo titolo mette soggezione.
Ma la Città ha un passato importante, è stata la fautrice di un movimento che ha permesso l’accensione di un fuoco che ha bruciato quasi cinquant’anni di un odioso regime. Ma è anche la Città che ha rappresentato, sempre inconsapevolmente, il successo economico di una Nazione intera.
Dico inconsapevolmente perché ho vissuto gli anni Novanta e l’inizio dei duemila vivendo in quella Città e, con nozione di causa, confermo che nessuna volontà politica, intellettuale e, soprattutto amministrativa ha contribuito a tale successo, anzi.
Si è trattato di uno di quei casi dove le ‘cose’ devono accadere e accadono, nonostante tutto.
Così è stato anche a Timisoara.
Burocrati, politici, benpensanti si sono visti letteralmente rovesciare addosso gli effetti di una necessità altrui godendone gli effetti ma non riuscendo a capitalizzare tale opportunità in qualcosa che permettesse alla Città stessa di ergersi a simbolo conclamato di qualcosa di più duraturo e riconoscibile di una semplice scintilla generata da un accidentale evento.
Tanti, tantissimi approfittatori, piccoli e grandi approfittatori. Gente che aveva capito, sin dal buio del regime, come sbarcare il lunario, non ha atteso un secondo per mettere a frutto l’indubbio vantaggio generato dagli illeciti precedenti, per approfittare del vortice in atto.
Un lato oscuro, soprattutto culturalmente e intellettualmente di questa Città, dove, come nella maggior parte del mondo accade, hanno prevalso i conti in banca ai libri letti e studiati, alcune volte amati.
Ma ecco l’idea, forse anche questa dettata dalla possibilità di appropriarsi di qualcosa in maniera indebita, è un’illazione ma dati i precedenti non facilmente confutabile, di partecipare al rinomato concorso.
La cultura, questa amorfa entità di cui tutti si fregiano, ha un difetto, costa.
Costa in tutti i sensi, costa in fatica e privazioni.
Costa in anni di studi e di tentativi.
Costa in diversità, spesso pagata con il pubblico ludibrio per essere diversi dal gregge, e costa soldi, tanti soldi.
Tutti questi costi hanno un ritorno che è difficilmente quantificabile secondo i normali canoni economici, ma ‘regala’ qualcosa che, altrimenti, sarebbe impossibile ottenere, il riconoscimento.
Ma se ci sono da spendere così tanti soldi, soprattutto per pagare le fatiche che i costi di prima richiedono, allora questo vuol dire che dei soldi ci devono essere da qualche parte.
La Città che riceve il titolo se è in grado di organizzarsi e prepararsi per offrire la migliore immagine di sé, godrà per anni di quell’importantissimo riconoscimento e, questa volta sì, ne otterrà un ritorno indiretto grazie al desiderio di tanti di godere di quel successo e di fruirne i frutti.

Ma prima di arrivare a quel punto si devono superare alcuni importanti ostacoli.
Prima di tutto occorre preparare un progetto che permetta di vincere il titolo, ne vengono messi in palio solamente due o tre ogni anno.
Poi occorre scegliere e preparare tutta la squadra che si occuperà dell’implementazione degli eventi, perché saranno centinaia se non migliaia, che saranno svolti nell’arco degli anni che vanno dall’assegnazione del titolo alla fine dell’anno di fruizione del titolo proprio detto.
Poi, dopo il fatidico anno dell’onore, si deve riuscire a capitalizzare gli sforzi e gli investimenti profusi, continuando un’attività nei decenni a venire perché, l’onore e l’ònere di essere stata Capitale culturale europea continui a profondere benefici tangibili alla vita dei cittadini e di tutti coloro i quali desiderano continuare a godere del frutto di cotanto lavoro.
Ma qui cominciano i problemi, occorre scegliere le persone giuste e, per scegliere le persone giuste occorre, prima di tutto, aver ben chiaro lo scopo che si vuole raggiungere e, in gran parte, i sacrifici e gli impegni che si devono affrontare per far sì che il tutto possa avverarsi.
Diciamo che dopo alcuni fallimenti, dopo aver scelto due o tre persone sbagliate sia per competenze che per capacità, si arrivi a ingaggiare una persona che per carattere, preparazione, ottimismo e determinazione riesce a costruire una squadra capace di scrivere un progetto che può aspirare a concorrere con altre Città europee e sperare di piazzarsi tra quelle che potrebbero vincere il titolo.
Il titolo viene vinto.
L’eccitazione e l’euforia sono ai massimi livelli, ma i detrattori, quelli che sono sempre dietro l’angolo e che per qualunque attività si svolga sostengono e urlano allo scandalo, apparentemente battuti dalla vittoria, adesso puntano ad accaparrarsi qualche posto all’interno dell’organizzazione vincente.
Ma questi non sono i soli che aspirano, adesso sì, ad entrare nell’organizzazione, ci sono anche quelli che hanno letto il budget finanziario e, senza ben capire i meccanismi, sono rimasti affascinati dalla lettura della cifra finale che, dovrebbe, essere messa a disposizione all’associazione vincitrice per poter permettere alla Città (non all’associazione) di raggiungere i risultati proposti e, per cui le persone che hanno preparato e vinto il concorso, si sono impegnate moralmente, personalmente e socialmente. Loro hanno letto oltre quaranta milioni di euro, questo è sufficiente per irretire i soliti sciacalli mal pensanti e frustrati per alimentare i loro blog, letti da pochissimi, e le loro frustrazioni, note a tutti, per cercare di appropriarsi del timone dell’associazione per poter pilotare quel ben di dio di denaro che sta per essere riversato a fiumi nelle casse dell’associazione.
Adesso che il gioco non è più un gioco, non si può lasciare il tutto in mano a persone che non fanno parte del “sistema” e che non sono conosciute quali capaci roditori.
No, non è possibile, non è ammissibile.
Se da un lato si iniziano a delineare i presupposti che porteranno la direzione dell’associazione a spendere enormi energie nel tentativo di sedare inutili battibecchi, dall’altro la mancanza totale di visione e di capacità organizzativo finanziaria dell’amministrazione cittadina, renderà ancora più complicato e arduo tutto il periodo di preparazione all’anno del titolo. Il sindaco, intriso di un non meglio definito piacere di sé, lanciato alla conquista del titolo del miglior sindaco del mondo mai esistito, dilapida le casse della florida città, avviando mega progetti milionari attingendo alle sole casse locali, senza preparare progetti di finanziamento sostenibili dalle forze europee e, ben presto, si trova con le casse vuote.
Ma se c’era una condizione perché il titolo venga concesso era quella che la Città si impegni a finanziare la maggior parte delle attività dell’associazione.
No soldi, no titolo. Semplice.
Ma non è così semplice dichiararlo e, una situazione del genere presta il fianco ai delatori di prima che, ben sapendo qual è la ragione di un palese e dichiarato momento di difficoltà, approfittano per imputare tutte le più scellerate colpe in testa a chi doveva fare e non fa, rea di incompetenza, pochissima trasparenza, interessi privati e chi più ne ha più ne metta. Non ha nessuna rilevanza, nelle loro pubbliche accuse scagliate con una violenza verbale e una cattiveria al limite del sadismo, che il problema principe risiede da un’altra parte. Non ha nessuna rilevanza che l’amministrazione pubblica cittadina non ha nemmeno la più elementare idea di come risolvere le problematiche legate alla mobilità, ai parcheggi, agli alloggi, all’ordine pubblico di una città che sarà letteralmente invasa da milioni di presenze, di nuove presenze nel corso di quell’anno fatidico.
Tutto questo è ininfluente dato che è solo colpa di una persona, chi ha avuto il coraggio e la sfrontatezza, dopo aver portato il titolo a casa, di voler continuare a rimanere in gioco.
A complicare i giochi anche piccole ma fastidiose isterie di chi avrebbe dovuto aiutare dall’interno, scelto per le sue competenze e la sua radice europea, ma anche questa è un’altra colpa di chi dirige l’associazione. Questo individuo, visibilmente frustrato e disturbato dal proprio essere misogino, dopo aver tentato in tutti modi di far desistere chi non ha avuto mai nessuna volontà di desistere, ha raccolto tutte le sue ire, alcune generate dalle incapacità gestionali degli amministratori locali ma altre decisamente gratuite, in un commiato pubblico che, com’era prevedibile ha scatenato un altro putiferio, di cui, sicuramente, non ce n’era bisogno. E, indovinate, anche di questo è colpevole la responsabile dell’Associazione: “doveva assumere un uomo di Timisoara non uno straniero”. “Lo ha scelto lei quindi è colpevole perché è incompetente”. “Lo ha scelto perché le serve per fare carriera a Bruxelles” e via di seguito. Ma siccome tutti questi assiomi hanno anche degli aspetti che si prestano a degli spunti, si auspica che chi deve possa usarli per chiarire quello che deve essere chiarito non ai delatori, ma alla città.
Ho lavorato molti anni in industrie, anche di dimensioni considerevoli, e so molto bene che tipo di difficoltà si incontrano nel vivere la realizzazione di progetti di qualunque natura e dimensione essi siano. Anche nella mia vita professionale ho incontrato delatori, sciacalli, semplici invidiosi o stupidi (forse i peggiori) ma ho sempre avuto l’opportunità, senza ricorrere a giochi di bassa spezza, di chiarire, risolvere e raggiungere gli scopi. Per cui mi metto nei panni di chi sta vivendo una situazione che, nel complesso, è molto più difficile di tutte le situazioni che ho affrontato io, dato che nel caso di TM2021, non c’è di fatto un semplice consiglio di amministrazione a cui rispondere, non c’è un semplice “profit&lost” di cui avere cura, ma c’è in gioco il nome di una Città intera, di un’intera comunità che, inconsapevolmente accetta “verità” solo perché urlate più forte da qualcuno che ha sempre e solo fatto questo nella vita.
Se non fosse vero sarebbe comico, carreggiale.
Nel frattempo, la città comincia a vedere sempre più logo sugli autobus e sui tram.
Si avviano sempre più attività nel centro della città e nelle sue periferie.
Il filo conduttore del progetto che ha portato Timisoara a essere nominata Capitale Culturale è la “Luce”. Luce in tutti i suoi aspetti ma soprattutto quell’elemento illuminante delle coscienze e della visione che il cittadino dovrebbe avere del proprio modo in cui vivere la sua società e le società che lo circondano.
Piccoli ma interessanti eventi che iniziano a dare il senso a tanto lavoro, spesso, ripeto, troppo spesso interrotto da inutili e futili questioni.
Mi permetto di formulare un’ipotesi.
La città, i cittadini tutti si rendono conto e consapevoli che il loro nome, il loro futuro e la loro qualità della vita dipende, anche, dal successo di questa Associazione.
Loro, i cittadini, quindi anch’io, ci uniamo in un unico coro, in un unico membro il quale vuole sapere, vuole essere implicato e sa, si coinvolge, partecipa. Un coro che inneggia a un nuovo sistema di intendere la società, dove chi non segue le regole, sicuramente pagherà le conseguenze, dove i servizi pubblici sono e hanno il valore che costano, dove la sicurezza di vivere protetti si sposa con il piacere di seguire i programmi culturali accessibili a qualunque età e da qualunque tasca. Dove chi propone e guida gli eventi è continuamente monitorato da un cane da guardia fedele ma inesorabile nelle sue inchieste giornalistiche, assicurando ai fruitori di questo vitale servizio, un quadro sempre cristallino, veritiero e, soprattutto onesto. Base questa per formare e costruire le coscienze di ognuno ma, une su tutti quelle delle nuove generazioni che continueranno a cementare i valori di etica e di moralità sia nel settore privato che nella gestione res pubblica con il massimo dell’abnegazione possibile, fedeli a quel giuramento che vede come altare il simulacro della Patria e della Comunità della quale, detta Patria è parte.
La corruzione, il malaffare e le mafie sono un ricordo del passato. Episodi ancora e sempre analizzati nei laboratori scolastici quali momenti oscuri di una società che, soprattutto grazie alla cultura diffusa e distribuita a man bassa da avvenimenti quali la ‘Capitale Europea della Cultura’ hanno saputo rifondere non solo speranza e futuro, ma annegare nell’oblio della vergogna anche il più infimo dei tentativi di frodare il prossimo, non importa di quanto, come e chi.
La cultura ha vinto, ha saputo rendere tutti capaci di vedere il sogno, migliorato e staccato dalla misoginia, peccato originale, della democrazia greca. È riuscita a rendere palese la necessità di incaricare il capace e di istruire l’incapace al fine di conoscere i limiti e le capacità di tutti a servire l’intera comunità. Ha dispensato il desiderio, recepito da tutti e trasformato in volontà, di partecipare sempre e comunque alla vita pubblica del proprio palazzo, quartiere, città, regione, nazione, mondo, riconoscendo quali essenziali ed imprescindibili i doveri di salvaguardia dell’ambiente visto come rispetto verso sé stessi e il prossimo senza esclusione di azioni o accettazione di eccezioni.
Tutti riconoscono che le diatribe basate su questioni che, nel passato sono state solo pretesti per accusare qualcuno al solo fine di esautorarlo per poter godere dei suoi benefici, sono peccati che portano con sé la perdita di uno dei beni più preziosi di cui l’uomo abbia mai disposto, il tempo. Tempo che per definizione è limitato e non può essere sprecato per rispondere a malefici oscuri e degradanti tranelli, ma dev’essere investito nella continua ricerca delle soluzioni per migliorare la vita di tutti senza se e senza ma.
Tutto questo grazie alla ‘Capitale Culturale Europea della Cultura’? No, di certo no, ma sicuramente, queste iniziative rendono un servizio immenso grazie alla possibilità che regalano, di vedere, stringere nuovi rapporti al di là dei soliti cliché, radici di nazionalismi e fanatismi che, oggi, dovrebbero essere solo anacronistici. Righe oscure riportate nei libri di storia.
Non sarebbe difficile, se tutti avessero un minimo di buon senso, se la stampa avesse le radici nell’etica e nella continua ricerca del vero e se la società aborrisse l’idea che ricco vuol dire giusto.
Forse questo è solo un sogno, forse l’umanità non utilizzerà mai neppure il più piccolo dei tasselli che costituiscono il mondo che ho appena ipotizzato. Forse parole come etica, onore, onestà rimarranno solo una inutile e scomoda macchia nera nelle pagine dei dizionari, buone solo per essere pronunciate ai funerali di qualche morto ammazzato o all’inaugurazione di qualche nuova attività finanziata dalla collettività, costata almeno dieci volte il suo valore per soddisfare l’ingordigia di una pletora di persone che, benché elette, assecondate dall’assordate silenzio degli stessi elettori, affondano i loro sporchi artigli nel bene di tutti, sottraendo importanti risorse a chi ne avrà realmente bisogno, eliminando l’unica flebile speranza di essere veramente aiutato.

Gianluca Testa

Pensieri e basta,Spazio Italia - Radio Timisoara

01/07/2019

Baraka Artist – 2019

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BARAKA-30Giugno2019_Timisoara (215)Nel novero delle possibilita’ di scoprire quello che abbiamo nel nostro io, l’espressione del gruppo Baraka, ma soprattutto del suo leader, Paul, ti mette a nudo senza nessuna possibilita’ di fuga.
Per me e’ molto chiaro, non essendo un critico d’arte, ma un semplice consumatore incallito d’arte, del perche’ moltissima gente li rifiuta inneggiando al sacrilegio e all’ignominia.
Una sola parola, paura.
Paura di doversi confrontare con qualcosa che esite e che continua a voler uscire in sperficie ad ogni pie’ sospinto.
Nei loro lavori non c’e’ violenza, ma cruda realta’ mista a qualcosa che noi, da piccoli, abbiamo dovuto dimenticare. Siamo stati intrisi di pudicizia e di maniere del come dev’essere detto, di come deve ssere esposto, di come deve essere rappresntato il nostro mondo, massacrando, spesso con lacerante dolore, quelle piccole enormi realta’ che vogliono palesarsi ma che non possono perche’ soffocate da quello che non possiamo dire, fare, addirittura pensare.
Il mondo dei Baraka Artist e’ il nostro stesso mondo, quello dove camminiamo, dove sfrecciamo con le nostre auto calpestando il cadavere di chissa’ quale razza di cane precedentemente ucciso da chissa’ quale altro nobile benpensante umano. Ma se quel cadavere gia’ martoriato viene messo in evidenza dai Baraka, allora i criminali sono loro.
Curioso.
E’ l’eterno giro di boa che avviene quando qualcuno rompe gli schemi.
A qualcuno oggi il paragone con Caravaggio e questi ragazzi, ma funzionerebbe anche con Picasso, Van Gogh e tanti altri, e dello shock che procuro’ all’arte ed ai consumatori di arte rinascimentale con i suioi neri accesi e con la crudezza delle sue manifestazioni artistiche, sembrerebbe una follia. Ma allora, come oggi, anche Caravaggio fu definito un Satanista, un pittore del diavolo. Certo ha aiutato il suo temperamento e la sua dissolutezza, ma non puoi essere normale ed essere Caravaggio.
Non puoi essere normale ed essere Baraka.

Gianluca Testa

Spazio Italia - Radio Timisoara

09/11/2017

Retezat 45

Chegge di campana nascendiIL CRO era immerso nel verde della Pedemontana, a pochi passi da Pordenone e da Sacile. Papà era il primario anestesista e per un periodo ne era stato il direttore sanitario. Cinzia la sua segretaria era attiva e molto simpatica. Piccola di statura, gradevole d’aspetto e bionda. Conoscendo papà non credevo che l’avesse scelta lui, molto probabilmente era capitata li per caso ed a lui era andata bene. “Mi ricordo quando sei venuto ad annunciarmi che ti eri licenziato dalla banca. Mi era venuto un colpo. “ Non era passato tanto tempo da quell’avvenimento, poco più di un anno. Da quel momento erano cambiate talmente tante cose che per papà, abituato anch’egli a cambiamenti importanti, era difficile starmi dietro. Per lui il mondo che avevi deciso di seguire era per alcuni versi astruso, quasi incomprensibile. Non era sicuramente un libro aperto come quello che stava vivendo mio fratello in America. Lui era un chirurgo. Papà comprendeva benissimo il suo mondo, forse un po’ meno la realtà americana, i suoi ritmi le sue regole, ma almeno il lavoro era chiaro. Il mio no. Cosa mi spingeva a rischiare tutto per cercare di avviare un’attività in un paese come la Romania. Che pericoli correvo? Era sicuro il posto dove vivevo? “la giacca dell’ultima volta che sei venuto a trovarmi puzzava di qualcosa di chimico, sei sicuro che vada tutto bene? “ Non potevo mentire a mio padre ed anche se ci avessi provato se ne sarebbe accorto subito. Il suo studio era al quarto piano del Centro di Riferimento Oncologico. Tanti libri la fotografia di mamma alla scrivania ed una mia ed una di mio fratello sullo stesso piano della libreria difronte alla scrivania. Lui sempre con un camice bianco impeccabile e le chiavi sempre nella toppa della porta, ma sempre all’esterno, anche quando non era in studio. Non aveva nulla da nascondere a nessuno.
“le cose non vanno poi così bene, papà. Non c’e da preoccuparsi, credimi, sto già trovando una soluzione. “ il suo sguardo era sempre più apprensivo. “come ti posso aiutare figlio mio? “ Papà non preoccuparti va tutto bene, ce la faccio. “
Non era proprio vero. Il mio socio aveva prosciugato tutte le mie sostanze e quello che non mi aveva prosciugato lui, me lo era prosciugato da solo non capendo che dovevo fermarmi ben prima. Ma sapevo che papà, benché avesse un buon stipendio viveva solo con quello. Era vero che si sarebbe tolto il pane di bocca per aiutare i suoi figli, ma non era giusto, io potevo farcela. “Dottore il Professor Rossi la desidera in sala operatoria… Si Cinzia, digli che arrivo subito. “ Guardandomi mentre si accinge a uscire dallo studio, “tu lo sai che tutto quello che ho è tuo se ne hai bisogno, vero? “ Non era una frase di circostanza “papà se avrò bisogno veramente te lo dirò, stai tranquillo, non ho intenzione di fare cazzate. “
Non c’erano molti momenti di condivisione con papà. Ci capivamo al volo, bastava la semplice intonazione della voce e capivano, l’uno dell’altro, sempre. Ci eravamo capiti anche in momenti difficili, prima che mamma se ne andasse dilaniata da una malattia che papà riusciva a curare a migliaia di altre persone. Da qui un motivo per un dolore ancora più intenso, anche se faceva di tutto per non farlo trasparire.
Non è vero che il tempo lenisce i tormenti, ne cambia solo forma ed intensità.
Capirci così velocemente faceva sì che potevamo trascorrere tantissimo tempo senza parlarci. Ma entrambi sapevamo che c’eravamo e che ognuno di noi nutriva un affetto così profondo che la separazione non sarebbe stata possibile nemmeno con la morte.
Scesi con lui in ascensore. Lui si fermò al secondo piano dove si trovava il blocco operatorio. Non eravamo uso a manifesazioni di affetto palesi. Pochi abbracci, ancor meno baci, almeno allora. “Ciao, stai tranquillo.”
Quando ci lasciavamo, il mio pensiero cercava di immaginare la vita di papa’, le sue abitudini. Dal 1985 era rimasto solo. Mamma non c’era piu’ e lui non sembrava molto propenso a crarsi una nuova vita. Si crogiolava tra piccole storie e raporti amichevoli che lo avrebbero accompagnato per tantissimo tempo con la forza ed il sostego che le piccole passioni sanno regalarti quando spegni la luce della lampada sul comodino. Alcuni raporti veramente prodfondi che chissa’ per quale motivo non si conretizzarono mai in qualcosa di piu’ concreto. Alcune volte pensavo che papa’ non avesse voluto rischiare di calpestare qualche equilibrio con uno di noi figli. Ma anche se non credo che quell’equilibrio fosse il nostro, mio e di mio padre, mi sembra difficile che riguardasse mio fratello. Tuti e due, anche se in maniera diversa, eravamo profondamente devoti a papa’. Per noi era un faro, un’ancora ed un vero punto di riferimeto a cui rivolversi nel caso qualcosa delle nostre scelte non avesse raggiunto il traguardo sperato o, peggio, fosse naufragato in qualcosa di non desiderato. Papa’ era l’uomo che c’era sempre, in ogni momento, a cui potevi raccontare tutto e che a tutto avrebbe trovato una risposta. Papa’ non ti avrebbe mai umiliato ne tanto meno castrato alcuna delle tue idee, anzi, si sarebbe sempre prodigato nel cercare una soluzione che avrebbe visto, sempre, te come il protagonista. Aveva vissuto una vita quasi in punta di piedi. Sempre a disposizione di tutti anche se , ogni tanto, era disturbato dalla gente. Aveva bisogno di momenti di ricarica e di solutidune. Forse per questa paura di non avere sufficienti momenti per se che non si ricreo’ mai un’altra vita. Lui sapeva che aveva noi, anchese a quel tempo ne’ io ne’ mio fratello gli avessimo dato grandi prove i riuscire a crearci una situazione sentimentale stabile, papa’ era convinto che ci saremmo riusciti, prima o poi.
Fuori pioveva, non forte, ma in maniera decisamente fastidiosa. Quella notte non avevo dormito molto ed anche se non potevo dire di essere stanco, se avessi potuto mi sarei volentieri fermato a Pordenone per riposare. La mia macchia era parcheggiata nel grande parcheggio antistante l’ospedale, dovevo percorrere poche centinaia di metri, ma indugiai rimanendo sotto la tettoia dell’ingresso del CRO.
“Gianmaria!? “
Era l’anatomopatologa che tentava di invitarmi a cena da una vita. “Ciao Rachele” mi avevi detto che non eri disponibile. “si, vedi, dovevo parlare con papà e… “ Non mi lasciò termimare la frase. “Basta scuse adesso. Il prossimo fine settimana, venerdì sera, a cena a casa mio a Sacile e non accetto rifiuti di nessun genere. “
Non avevo più nessuna scusa. La mia potenziale soluzione ai problemi createmi da Paolo, prevedevano che rimanessi tutta la settimana a Padova per cui, perché no? “ok, Rachele, ci di vede venerdì sera a Sacile. “
Continua…