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01/07/2019

Baraka Artist – 2019

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BARAKA-30Giugno2019_Timisoara (215)Nel novero delle possibilita’ di scoprire quello che abbiamo nel nostro io, l’espressione del gruppo Baraka, ma soprattutto del suo leader, Paul, ti mette a nudo senza nessuna possibilita’ di fuga.
Per me e’ molto chiaro, non essendo un critico d’arte, ma un semplice consumatore incallito d’arte, del perche’ moltissima gente li rifiuta inneggiando al sacrilegio e all’ignominia.
Una sola parola, paura.
Paura di doversi confrontare con qualcosa che esite e che continua a voler uscire in sperficie ad ogni pie’ sospinto.
Nei loro lavori non c’e’ violenza, ma cruda realta’ mista a qualcosa che noi, da piccoli, abbiamo dovuto dimenticare. Siamo stati intrisi di pudicizia e di maniere del come dev’essere detto, di come deve ssere esposto, di come deve essere rappresntato il nostro mondo, massacrando, spesso con lacerante dolore, quelle piccole enormi realta’ che vogliono palesarsi ma che non possono perche’ soffocate da quello che non possiamo dire, fare, addirittura pensare.
Il mondo dei Baraka Artist e’ il nostro stesso mondo, quello dove camminiamo, dove sfrecciamo con le nostre auto calpestando il cadavere di chissa’ quale razza di cane precedentemente ucciso da chissa’ quale altro nobile benpensante umano. Ma se quel cadavere gia’ martoriato viene messo in evidenza dai Baraka, allora i criminali sono loro.
Curioso.
E’ l’eterno giro di boa che avviene quando qualcuno rompe gli schemi.
A qualcuno oggi il paragone con Caravaggio e questi ragazzi, ma funzionerebbe anche con Picasso, Van Gogh e tanti altri, e dello shock che procuro’ all’arte ed ai consumatori di arte rinascimentale con i suioi neri accesi e con la crudezza delle sue manifestazioni artistiche, sembrerebbe una follia. Ma allora, come oggi, anche Caravaggio fu definito un Satanista, un pittore del diavolo. Certo ha aiutato il suo temperamento e la sua dissolutezza, ma non puoi essere normale ed essere Caravaggio.
Non puoi essere normale ed essere Baraka.

Gianluca Testa

Pensieri e basta

30/04/2019

Memento

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Esistono, devono esistere nella vita di ognuno di noi, persone che hanno creato momenti importanti di vita vissuta capaci di rendersi indelebili nella nostra mente e che, oltre al resto, ogni volta che vengono rievocati nell’intimo dei nostri pensieri, incutono rispetto.
Per i casi della vita, attorno cui tutto si forma, conobbi l’artista ad una cena dove c’erano almeno altre dieci persone, tra cui altri importanti artisti rumeni e non. Ștefan Călărașanu un uomo complesso capace di trasmettere la sua umanità con una forza ed un pathos unici, sia per il mezzo della sua arte che con la sua voce dirompente.
Mani forti, formatesi con anni di allenamento creando gioielli dalla pietra, fosse essa docile marmo o nera andesite. Pelle arsa dalle polveri delle sue idee e dal sole riflesso dal Bega, segni evidenti lasciati da anni trascorsi tra mille difficoltà anche e soprattutto, dettate dalla feroce incomprensione che circondava, lui, la sua vita e le sue opere.
Verso la fine, quando da dirompente, la sua voce, inesorabilmente ed impietosamente, diventava appena percettibile, il pathos di qualche anno prima e l’amicizia creatasi, regalava, a gente lontana, Un’opera che riusciva, nel vero senso del termine, a commuovere tutti.
Per le regole del caos era l’anniversario di un tragico evento, il quarantacinquesimo. Un terremoto aveva lacerato anime e beni in una valle siciliana già ospite, di altri artisti, da secoli. Custonaci, cave greche, offrivano la materia e l’artista, ormai afono, senza apparente conoscenza dei particolari anniversati, tra l’ammirazione e amicizia di un paese al completo, creava una tra le sue più riuscite campane. La concomitanza dell’evento storico rendeva naturalmente chiaro che, quell’opera sarebbe stata ‘la campana della memoria’.
Così è stato.
Dopo Ștefan, dopo aver svuotato il suo atelier, chissà dove sono i piedi del suo serpente, sessantasei dovevano essere, una sindaca illuminata dalle idee di un uomo del posto, quest’anno il 2019, ha definitivamente regalato l’esatta locazione alla campana della memoria. Se di memoria si deve parlare, oggi, l’opera di Stefan Calarasanu si trova esattamente dove, ormai 51 anni orsono, il terremoto fece cadere la campana della chiesa Madre di Menfi. Era il 16 gennaio 1968. È il 16 gennaio 2019.
E’ il rispetto per un grande artista che, tra i misteri del caso, ha portato gente lontana a rionorare la memoria sia dell’evento tellurico che dell’artista stesso. Quella gente lo ha ricordato con la stessa enfasi e la stessa passione che l’artista ha impegnato per le sue creazioni. Quello stesso rispetto, inconsciamente, ha trasmesso un duro monito ai suoi connazionali, che al contrario si sono dimenticati completamente di Stefan, uomo ed artista. Timisoara ha consegnato, come ultimo indefinibile gesto, la memoria di quello che per anni era stato il luogo dove l’artista ha vissuto, lavorato e creato, vivendo intensamente ogni attimo delle sue azioni, alle ruspe che impetuosamente hanno cancellato tutto. Alcune persone, catalogate al quarto posto della lista di Sciascia, non potranno mai comprendere lo scempio del loro gesto, soprattutto, non meritano nemmeno di presentarsi quali ereditieri del suo patrimonio culturale.
Noi, tra i tanti apprezziamo, con profondo rispetto, il lavoro che la creatività, l’ingegno, la passione di uni hanno saputo regalarci, consapevoli e coscienti che non sono questi a rendere migliore il mondo ma, altrettanto consapevoli, che con la forza con cui il battito d’ala di una farfalla cambia le sorti del mondo, hanno modificato qualcosa in noi.
Poche parole per ricordare un grande artista e l’amore nei suoi confronti oltre che la passione per sue opere che, nonostante l’attuale apparente oblio, rimangono un caposaldo della forza creativa di un rumeno vero, innamorato della città che l’ha ospitato, quasi inconsapevolmente per tanti anni e che, a ringraziamento, ha posato alcune tra le sue più belle opere in diversi luoghi della città, uno tra tutti la filarmonica. Nel privato, pochi fortunati, custodiscono eccellenze create dalle idee di Ștefan e, quei pochi, continueranno a brindare alla sua memoria, alla stregua di tutti quelli che, passeggiando nella piazza principale di Menfi, potranno leggere il suo nome sul nuovo basamento dove poggia la sua campana, la campana della memoria.
Gianluca

Pensieri e basta

29/07/2013

Segni, un nuovo catalogo.

Segni.
Tratti di china che hanno il potere di raccontare l’emozione che li hanno generati.
Linee, quasi mai curve, che, ripercorrendole con lo sguardo di chi non cerca di capire, ma vuole solamente sentire, percepire, rivive il calore della pelle, il tocco delle dita sul foglio di carta, non tradiscono, ripagando l’attenzione prestata con nuove sensazioni da elaborare, piano, con il tempo. E se fosse, veramente, una nuova lingua?

Un modo per ringraziare, non pagare, l’ospitalità offerta con passione e profondo senso di rispetto.

Quei segni sono qui, non tutti, non per importanza, raccolti, in semplici pagine, ma semplicemente adunati da un inatteso appello. Sono qui per coronare e recintare lo sforzo che Stefan Clarasanu ha profuso nell’immaginare, prima e realizzare, poi, una delle sue più belle ed espressive opere. La campana del terremoto.

Stefan non battezza le sue opere. Non vuole renderle schiave di un nome, di un titolo.
L’ho capito solamente adesso. Solo adesso ho compreso il perché di questa sua scelta.
Stefan ha ragione.
Così come ha avuto ragione a voler donare, a chi lo ha accolto, a chi o ha aiutato, a chi gli ha offerto dell’acqua fresca ed a chi, semplicemente, lo ha apprezzato come uno di loro, parte dei suoi disegni.

Questi sono frutto delle emozioni di un artista vero, concreto e maturo. Capaci di rendere omaggio alle cartilagini di una mano anziana, così come ad una palma costretta in un piccolo giardino.

Disegni che, altro non sono, che opere d’arte, di un’arte che s’è maturata alimentandosi di difficoltà, senza cadere nel compromesso della logica dell’affare.
Che è cresciuta nel rispetto dei valori e dei principi che lo hanno fatto crescere. Diventare un uomo artista privo di legami e di obbligazioni, libero di dire e fare, oltre che di pensare, liberamente.
Forte, capace di modellare il marmo passando per l’andesite e sostando, incidentalmente, su altri segni, in attesa di divorare il mostro.

Sincero, come lo sono i segni che escono dalla “mia” pancia, dice. Fiero delle sue opere d’arte così come delle sue scarpe, delle altre opere d’arte che, al pari delle sue idee, colleziona e coccola.

Tenace come quando con la sua voce, ripeteva, con vigore e modulata forza, il nome di un nuovo vino, casualmente scoperto, definitivamente adottato. Tenace e forte nei colpi del suo martello capace di seguire le idee della sua mente, sia esso brandito sulla tenace andesite che sul fragile marmo, lasciando profonde emozioni sui suoi splendidi legni, anch’essi epressione unica anche di rinascite di anime vegetali a lungo dimenticate in aque fangose..

Polvere, sudore, fatica, essenze per coltivare la gioia di avere creato, unica tra mille unici, un’altra vera ragione per apprezzare il suo stile, la sua persona e la sua arte.

Qui, tra queste pagine, non sono le parole l’elogio all’artista, bensì le sue stesse linee, i suoi stessi segni, che, ora più che mai, hanno raggiunto i cuore e la mente di gente che, solamente qualche mese orsono, non avrebbe mai nemmeno immaginato di conoscere.

Potenza dell’arte, di quella vera, potenza di un uomo capace di esprimere le sue passioni e creditore di rispetto, anche da parte della vita.