Sembra impossibile, a distanza di quasi vent’anni, come persone che hanno lottato, sognato, desiderato e, non ultimo, approfittato degli eventi nei quali si sono trovati, spesso senza sapere quello che stava accadendo, ma che, a poco a poco, prendeva forma, me è vero. Per le strade di quasi tutte le città rumene cominciava a nascere la convinzione che, forse, quella era la volta buona. Che forse, era quello il momento che molti di loro avevano sognato.
Nessuno, in quel momento stava pensando al dopo. Nessuno di quelli che era per strada, nessuno di quelli che stava lottando, nessuno di quelli che stava sognando. Coloro i quali stavano pensando al dopo erano gli stessi che aveva concepito il tutto. Erano gli stessi che avevano iniziato, aiutato, veicolato e condotto le prime azioni che erano seguite ad una pacifica e quasi innocua manifestazione. Una piccola insignificante manifestazione che non cercava libertà, non cercava più pane, non cercava più spazi ma, semplicemente, tentava, con inimmaginabile coraggio, di mantenere un parroco nella sua parrocchia. Tentava, con una forza che scaturisce dalla convinzione che tanto peggio non può essere, di fare in modo che il loro diritto, di volere accanto alle loro anime un piccolo parroco che forse per il suo pensiero stava diventando scomodo, fosse, probabilmente per la prima volta dopo l’avvento del potere comunista, rispettato. Il resto, la massa, il popolo per strada, che fino al giorno prima non aveva nemmeno lontanamente immaginato che potesse esserci la benché minima possibilità che le tenebre vissute fino a quel momento potessero svanire, stava ancora solo sognando. La maggior parte di loro non aveva un’idea di come funzionasse una democrazia, la maggior parte di loro avevano solo un enorme immenso, profondo, incommensurabile desiderio di sentirsi liberi. E’ difficile giudicare l’incomprensione che avvolse i più stravolgendo il significato di democrazia, spesso accumunandolo all’anarchia, sempre che di “incomprensione” si sia trattato.
Bene, tutto questo è parte del passato, sì di un passato che con tutte le responsabilità del caso, addebitabili agli uomini, non certo al passato stesso, ha trascinato questa bellissima Nazione nella situazione nella quale si trova. Corruzione, non rispetto della Costituzione, prepotenza ed arroganza, sembrano i soli ed unici principi che governano il tessuto sociale della Romania. Certo esiste una massa critica, anche notevole, che si è quasi nascosta nel proprio mondo ancora fatto di legalità e di moralità. Questa massa si indigna e commenta sfavorevolmente tutto quanto sta accedendo, ma non agisce, non si implica direttamente al fine di offrire altre possibilità, altre alternative a coloro i quali, che come loro, non accettano più questo modo di vivere. Non agendo permette, di fatto, il perpetrarsi di questa ventennale situazione, con l’unica devianza basata sul fatto che qualche politico, un po’ più sveglio o fazioso degli altri, ogni tanto approfitta di tale rumore di fondo, anche se quasi impercettibile, per lanciare delle azioni, apparentemente “purificatrici”, al solo fine di accrescere il proprio tornaconto politico ed eliminare concorrenti del proprio stesso partito, per ottenere chiari e lampanti benefici non solamente politici.
Si può decisamente obiettare che quest’attitudine non sia solamente rumena e non sarò io a dichiarare che non è vero, tutt’altro, mi sento solamente di avvalorare, rafforzare tale osservazione, elevandola al rango di dichiarazione. Devo però anche notare e sottolineare la differenza profonda tra quello che accade in questa Nazione, con quello che, seppur simile, avviene in altre Nazioni, una a caso, l’Italia. In Romania la situazione è endemica, talmente radicata e diffusa che non esiste parte del tessuto sociale, seppur infinitesima, ad esserne immune. Dal postino che se non viene prezzolato butta la posta nella spazzatura, firma le ricevute di ritorno delle raccomandate e pretende una sorta di pizzo dal pensionato che sta ricevendo la propria misera pensione, al giudice che accetta “attenzioni” per offrire servizi ai propri “clienti” che necessitano di risolvere cause altrimenti perse, al sindaco, passando per tutta la pletora dei consiglieri, impiegati, capi uffici, vice direttori, direttori, prefetti, ministri, segretari di stato, parlamentari, senatori e chi più ne ha ne metta. Qui il potere significa “faccio quello che voglio” oppure “vendo servizi”. Ovvio, non sono tutti così, esistono le eccezioni, ma sono così rare da apparire uniche. Inoltre, queste eccezioni, siano essi alti o piccoli dignitari, comunque al soldo dello Stato, od impiegati di imprese private, sono considerate dall’altra parte, dei perfetti imbecilli. Qui l’onestà, non è che non è capita, anzi tutti si lodano di praticarla, ma la pratica della stessa è lasciata a coloro i quali non hanno capito niente di come ci si arricchisce, gli imbecilli appunto.
Agli imbecilli, quindi, questo saluto, con la sempre più tenue speranza che dopo millenni di intrighi, furti, prepotenze, con l’aiuto della loro forza morale ed etica, si riesca a ricavare una nicchia dove la gente normale, comune, quella a cui apparteniamo noi, che siamo la maggior parte di tutti, possa permettersi di vivere coscienti che le regole, almeno quelle della Costituzione, siano rispettate permettendo alla società di progredire riscoprendo altri valori che il solo denaro.
Gianluca Testa