Spazio Italia - Radio Timisoara

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05/01/2017

Retezat 38

20160815_113052Era la prima volta in vita mia che affittavo un appartamento, se escludo quelli usati per qualche giorno di vacanza. Quell’appartamento era orribile, buio, per fortuna non freddo anche se temevo che d’estate sarebbe stato un forno. Ad ogni modo era sempre meglio della soluzione dell’albergo dove mi precipitai per lasciare la camera, saldare il conto ed andarmene. Partendo dall’Italia mi ero fermato in un ipermercato ed avevo fatto provviste. Avevo dovuto lasciare un obolo alla dogana di Petea, quando ero ritornato in Romania, cosa che mi aveva dato non poco fastidio, ma tutto sommato avevo di che sfamarmi per almeno dieci giorni e, finalmente, avrei potuto ricambiare l’ospitalità di Walter, invitandolo a cena da me.
Avevo portato con me la documentazione inerente i beni che sarebbero stati spediti da lì a pochi giorni. Il programma che avevo iniziato a scrivere non era completato, ma era un buon motivo per testare le prime funzionalità. Certo la prima importazione l’avrei delegata interamente all’ufficio di import export di Marius, dovevo avere dei termini di confronto, anche per quanto riguardava i calcoli che avrei dovuto applicare alle aliquote doganali ed iva, ma per il seguito avrei usato i mei strumenti che, per lo meno, mi assicuravano un uso migliore del tempo ed una certezza sull’integrità dei dati e della correttezza delle informazioni.
A Bozna era tutto pronto, o quasi, per ricevere i materiali che avrebbero permesso il completamento, anche, dell’impianto elettrico, oltre che sanitario. Avevo già selezionato tre ragazzi che avrei assunto in qualità di guardiani. Ero pronto a dare il là alle operazioni. “Bene si parte!”
Iniziava a fare veramente freddo. Il cielo era grigio scuro. Le nubi erano cariche di neve. Tutto preannunciava un inverno con i fiocchi. Per me non era una novità, sapevo come difendermi dal freddo, ma c’erano dei particolari ce mi preoccupavano. Primo tra tutti il gasolio. Avevo notato che con il passare del tempo, più ci si avvicinava all’inverno, più era difficile approvvigionarsi. La mia Golf andava a benzina verde ed anche quello era un problema. C’erano solamente pochissimi distributori che vendevano benzina senza piombo ed anche da quelli era basilare accertarsi che fosse veramente benzina senza piombo. Alcuni usavano un adattatore per permettere alla pistola della benzina normale di entrare nel serbatoio delle auto a benzina verde, che aveva un diametro molto più piccolo, ma questo eliminava la quasi certezza che la benzina erogata fosse veramente senza piombo. Fatto questo non trascurabile, dato che un’alimentazione sbagliata avrebbe compromesso il motore per sempre.
Il mio dubbio era fondato. Durante l’inverno, il gasolio diventava una merce sempre più rara e si attivavano una sorta di mercati paralleli, ovviamente in nero, dove, non senza difficoltà, era possibile approvvigionarsi. Il gasolio era fondamentale per alimentare la caldaia che avrebbe riscaldato il mio laboratorio, senza sarebbe stato impossibile lavorare, c’era troppo freddo. I sistemi elettrici per il riscaldamento, che avevo visto in Romania, erano tutti russi o cinesi e non duravano mai, più di un giorno. Calin, il vicino che mi aveva offerto il pranzo, mi offrì una soluzione al problema, presentandomi un suo amico agricoltore che, prudentemente, faceva provvista di gasolio e che me lo avrebbe venduto applicando un sovrapprezzo di, solamente, il dieci percento. Quello che non avevo modo di sapere, allora, era che la qualità del gasolio rumeno e, quella dell’amico di Calin, in particolare, era a dir poco pessima.
“Buona sera, sono Gianni, il trasportatore, domani verso le nove arrivo in dogana a Zalau.” Erano le dieci di sera e stavo guardando la il telegiornale italiano. La televisione era un benefit che mi aveva permesso di abbandonare ogni remora circa l’affitto dell’appartamento. Al tempo non era difficile poter ricevere tutti i canali televisivi che desideravi. Bastava contattare il distributore del segnale che alimentava il cavo dell’antenna installato nel proprio bloc, pagare un obolo, di solito in marchi tedeschi, ed il gioco era fatto. In una città potevano esistere anche un centinaio di “servizi” del genere. Chiunque aveva una parabola satellitare ed un po’ di destrezza informatica, riusciva a sintonizzarsi su HOT BIRD e con poca spesa ottenere una schedina Sky clonata. Un distributore di segnale un po’ più intelligente, qualche centinaio di metri di cavo installato alla bene e meglio in qualche bloc limitrofo ed il gioco era fatto. Da quelle esperienze, più o meno legali, sarebbero nati i distributori di segnale televisivo ed internet che esistono oggi, decisamente più strutturati ed affidabili di quelli esistenti verso la fine del mille novecento novanta tre, ma anche molto più cari, ovviamente.
Era incredibile, almeno per me, constatare e verificare le capacità di adattamento e le trovate, spesso geniali, che qualche rumeno era in grado di escogitare per procurarsi dei guadagni, non sempre molto leciti. Al tempo, per esempio, iniziavano a comparire, ma solo nelle città più grandi, come Cluj-Napoca, per esempio, le cabine telefoniche che, al posto delle monete, funzionavano con delle schede prepagate. Dopo pochi giorni che erano state installate per le strade, già circolavano delle schede, tutt’altro che legali, che avevano le stesse dimensioni di quelle originali, ma, ad un’estremità, avevano un micro pulsante che, una volta terminato il credito della cartella, bastava premerlo per ricaricare la stessa scheda di altrettanti Lei di quanti era all’inizio dell’uso. Praticamente con trenta marchi, tanto era il costo richiesto, si poteva telefonare all’infinito in tutto il mondo. Quando rifiutai di acquistare una di quelle schede, Laura, che me l’aveva proposta, mi guardò come se fossi un appestato. “Ma è assolutamente illegale!” le avevo detto smorzando l’entusiasmo nel mostrarmi la scheda che aveva appena acquistato. “Tu non sei normale. Qui fanno tutti così, se puoi evitare di pagare qualcosa o di prendere qualcosa senza pagare molto, perché non devi farlo se lo fanno tutti?” Avevo cercato di rispondere, ma le mie argomentazioni basate sui principi dell’etica e dell’onestà, oltre che delle basi di una società civile, nulla potevano contro le prove che continuava ad enumerare circa l’uso e la consuetudine, già molto in voga allora in Romania, di erodere, pezzo dopo pezzo, la Nazione stessa.
Gli esempi che mi portava a giustificazione del fatto che lei aveva acquistato quella schedina telefonica, si sommavano ad altri esempi che, allora, non avevo ancora avuto modo di conoscere e di verificare, in qualche modo, con fonti ufficiali. Quello che mi appariva, già allora, molto evidente, era il fatto che le opportunità per arricchirsi velocemente erano figlie della spregiudicatezza che si voleva mettere in campo. Il rapporto era esponenziale ed avrebbe permesso a molti, di arricchirsi a dismisura senza rischiare nulla per decine d’anni.
La parte esecrabile, oltre ai fatti eseguiti da quelle persone prive di scrupoli, spesso appartenenti, direttamente od indirettamente ai vecchi servizi di intelligence del deposto regime, era il fatto che la gente comune, anche se non tutta per la verità, elogiava la loro capacità di arricchirsi. Non era importante il mezzo, bensì lo scopo. Tutto era giustificato dal risultato. Non potevo e non posso dire che in altri Paesi, Italia compresa, fosse diverso, ma quello che mi terrorizzava era l’ampiezza del fenomeno e l’enorme consenso popolare che, quel genere di persone, ricevevano quotidianamente. Se non rubavi eri un “prost ”

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20/12/2016

Retezat 37

img-20160921-wa0018Mancava poco e sarebbe stato Natale. Il tempo era volato. Avevo trovato un appartamento al quarto piano di un bloc relativamente moderno, se così si può dire. Ma essendo al quarto piano, anche quando veniva distribuita l’acqua, a quell’altezza, non arrivavano che pochissime gocce. Per cui, senza non poche difficoltà, riuscii a trovarne un altro, questa volta al primo piano di un vecchio bloc in centro città, nel mezzo di una stretta strada che si chiamava “Crisan” che più che una strada di un centro città, assomigliava ad un parcheggio di una zona dormitorio. Nulla di diverso dagli altri bloc. Portone di ingresso in ferro saldato malamente dove nei riquadri destinati a contenere dei vetri, c’erano solamente dei grandi quadrati vuoti. L’androne delle scale, squallido e perennemente intriso di odori di cibo in perenne cottura. Le luci delle scale avevano, come di consuetudine, le lampadine saldate ai fili elettrici per evitare che qualcuno le rubasse e, ovviamente, non c’era un solo punto luce funzionante. Il corrimano della ringhiera era per lo più in ferro e dove esistevano dei tratti di protezione, questi erano talmente sporchi ed unti che l’istinto era quello di togliere anche quelli. Il mio uscio era il secondo del primo pianerottolo. Non mi sono mai abituato al “prag”, quel pezzo di legno che si trovava alla base di ogni porta rumena, come per testare la tua intelligenza e la tua memoria. Io, se quello era un test, ero completamente celebroleso, dato che inciampavo in tutti i “prag” che trovavo, ovunque fossi. L’ingresso del mio appartamento era costituito da un piccolissimo hall che dava in ina sorta di camera che doveva fungere da sala da pranzo, ma chiamarla sala, date le minuscole dimensioni, era proprio un azzardo. La cucina, in compenso, essendo ricavata nel balcone adiacente la “sala” da pranzo, era ancora più piccola, oltre che freddissima. C’era il posto solamente per un minuscolo tavolino ed una cucina a gas, con la bombola e basta. Entrando nell’ingresso a sinistra c’erano due porte, anch’esse, ovviamente, con il loro prag. La prima era il bagno. Piccolo, buio e con una vasca che, immediatamente, decisi di trasformare in una sorta di recipiente per raccogliere l’acqua nei giorni di distribuzione. L’interruttore per la luce era rigorosamente all’esterno del bagno, come lo era in tutti i bagni degli alberghi dove avevo alloggiato sino a quel momento in Romania. In seguito scoprii che la motivazione era legata alle regole di costruzione che, per motivi di sicurezza, impedivano ai costruttori di progettare case i cui impianti elettrici dei bagni prevedessero qualsiasi tipo di interruttore e presa elettrica all’interno degli stessi. Pericolo di folgorazioni. Nulla di più idiota, pensai e penso anche oggi, dato che un interruttore non sarà mai sistemato a livello del pavimento, per cui, per folgorare uno sciagurato utilizzatore di bagni rumeni, l’acqua dovrebbe risalire per almeno un metro e mezzo da terra. Cosa ovviamente impossibile. Alla destra del mio prossimo bagno, la camera da letto. Nessuna lode e nessuna infamia, se non il fatto che non c’era un letto, bensì una sorta di divano letto che, a prima vista, mi parve veramente corto. Per finire il giro dell’appartamento, alla destra della porta d’ingresso, c’era il salone. La padrona di casa, una signora sui quaranta cinque anni, con una messa in piega assurda, me lo mostrò con un innegabile senso di orgoglio. Io, appena entrai ebbi un moto di riso che riuscii a soffocare veramente a stento. Già il fatto che il soffitto dell’appartamento, come lo erano tutti gli appartamenti in cui ero stato fino a quel momento in Romania, era veramente basso, non più di due metri e cinquanta, sarebbe stato un buon motivo di ilarità, ma in quel caso, il soffitto era stato ulteriormente abbassato per permettere ad una sorta di stalagmiti di gesso, e come se non bastasse, dipinte di viola. Una sensazione di oppressione feroce mi circondò, ma non volevo offendere la padrona di casa e mi avvicinai ad una fotografia che era stata incorniciata ed appesa alla parete del salotto con il tetto a stalagmiti viola. “Laura tradusse la mia domanda e la signora mi rispose “E fica mea” riuscii a stento, anche questa volta ad evitare il riso e per fortuna la traduzione di Laura “E’ mia figlia” riportò in ordine quello che stava diventando un piccolo problema di diplomazia. Per fortuna il riscaldamento dell’appartamento, forse perché era al primo piano, funzionava anche troppo bene. Solo dopo mi accorsi che il pavimento sotto i tappeti e pezzi di moquette disposti alla meno peggio lungo tutta l’aria dell’appartamento era formato solo da cemento grezzo, non c’erano né mattonelle né parquet. Poco male, non cercavo una residenza di rappresentanza, ma qualcosa che potessi utilizzare come punto di appoggio e dove riposare in santa pace. In effetti cercavo un posto dove prepararmi qualcosa da mangiare che non fosse quel cibo che distribuivano in tutti i locali di Zalau. Per carità, non che non fosse buono, ma era decisamente pesante per i miei canoni oltre ad essere assolutamente monotono.
L’affitto richiesto era l’equivalente di un salario di un operaio di livello superiore, cosa che mi sembrò decisamente esagerato, ma, incrociando lo sguardo di Laura e ricordandomi le parole di Walter, non volli entrare in polemica ed accettai la richiesta. Ovviamente non venne stilato nessun contratto ed in più la richiesta prevedeva tre mensilità. Unica nota dolente, il telefono era un duplex e non aveva una linea internazionale attiva. Questo significava che qualsiasi chiamata all’estero, che avessi voluto effettuare, sarebbe dovuta passare dal centralino dell’ufficio postale. La padrona di casa, la signora Felicia, capendo che stavo parlando del telefono, disse a Laura che lei avrebbe potuto intercedere per ottenere una linea internazionale che mi avrebbe permesso di telefonare senza l’intervento dell’ufficio postale. Buona notizia, ma la parte dolente che era solamente un’idea e che per diventare realtà avrebbe dovuto parlare con delle persone che conosceva. In ogni caso non era una questione di poco tempo, per cui mi rassegnai e, valutando i costi ed i benefici, spendevo molto di più affittando la camera dell’albergo, non indugiai oltre e ci stringemmo la mano in segno di accordo, oltre , ovviamente, ai tre mesi di anticipo, in marchi tedeschi.
Continua…

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19/12/2016

Retezat 36

ratezatContinua…
L’azienda di Paolo era piena di macchinari inutili. Lui li racimolava da fallimenti o da chissà dove, per chissà quale motivo, occupando sempre più spazio nel suo capannone creando un serio problema per le sue attività correnti, ma sembrava non preoccuparsene. In realtà Paolo sembrava non preoccuparsi di molte cose, come l’organizzazione del trasferimento delle competenze dalla sua azienda alla nostra nuova realtà rumena. Questo aspetto non era poi così banale. La forza lavoro che avrei potuto assumere a Bozna, era formata da persone che, molto probabilmente, avevano avuto una qualche relazione con la corrente elettrica, solo per il fatto che utilizzavano un interruttore per accendere la luce in casa loro, sempre che, ovviamente, ce l’avessero la corrente elettrica in casa. Pensare, quindi, di assemblare dei quadri elettrici, che avrebbero dovuto controllare e comandare dei motori per mantenere la temperatura in celle frigorifere industriali, senza che uno solo degli operai avesse mai collegato due fili elettrici o avvitato una lampadina, era una pura e sana follia. Nelle mie lunghe chiacchierate con Emil e Calin avevo più volte manifestato le mie idee e, loro che erano ingegneri elettrotecnici, mi avevano confortato soprattutto sul fatto che mi avrebbero aiutato a svolgere quel compito di formazione del personale. Il metodo da utilizzare, secondo me, era quello che avevo studiato nelle pratiche di Lean Manufacturing quando, dipendente della banca, venivo preparato per diventare un dirigente responsabile di qualche filiale. Quelle informazioni erano molto importanti adesso che dovevo costruire delle squadre di assemblatori dal nulla. Dovevo solo approfondire degli aspetti legati al modo di suddividere delle operazioni complesse in molte operazioni semplici, quasi elementari. Certo avrei dovuto impartire delle lezioni sull’uso corretto di alcuni strumenti ed informare i dipendenti sulle possibili conseguenze che, sbagliando, si sarebbero potute verificare, ma non era un progetto impossibile, solo un po’ complicato. Per prima cosa, dovevo ben capire di cosa si trattava, quindi impiegai qualche giorno nell’assemblare quei quadri elettrici come se fossi un operaio di Paolo. Quelle ore trascorse nel capannone insieme ai pochi operai che vi lavoravano, mi fece capire immediatamente che non avrei potuto trasferire quel modello produttivo in Romania. Preso dalla buona volontà e dal desiderio di portare avanti quel progetto che, finalmente, stava prendendo sempre di più, una forma concreta, iniziai a dividere operazioni complesse e le spezzai in fasi più semplici e più brevi. Dopo un paio di giorni di lavoro, con l’aiuto di uno dei veterani degli operai di Paolo, arrivai ad avere una sorta di vademecum che riepilogava in maniera semplice e schematica, tutte le operazioni da seguire, in via sequenziale, per ottenere alla fine un quadro elettrico completo e funzionante.
Avevo una buona traccia per pensare di rendere fattibile quelle operazioni anche a Bozna. Oltre tutto, spezzando l’intero processo, avevo creato delle sotto fasi di produzione alle quali avevo anche assegnato dei tempi di esecuzione. Questo mi avrebbe aiutato tantissimo nel capire di quanta forza lavoro avrei avuto bisogno in funzione della quantità e del tipo di quadri elettrici che avrei dovuto produrre.
Non ero assolutamente convinto di aver effettuato un ottimo lavoro, ma ero certo che quella era la strada da intraprendere, che non ce ne erano altre, per cui, una volta trascritto tutto quello che ero riuscito a memorizzare dopo quasi una settimana di attività in quell’azienda, avevo la documentazione pronta per poter pensare di insegnare ai miei futuri dipendenti in Romania, cosa avrebbero dovuto fare e cosa non avrebbero dovuto fare.
Altro aspetto era quello documentale. Avendo passato diverse ore in dogana a Zalau per capire cosa serviva e cosa non serviva per evitare problemi durante le importazioni e le esportazioni di materiali, mi era molto chiaro che i dati, alla base delle dichiarazioni doganali, avrebbero dovuto essere sopportate da una solida base di dati. I casi erano due. O avrei dovuto assumere qualcuno per introdurre tutta la documentazione in entrata in Romania, in un sistema locale, per effettuare sia le dichiarazioni di importazione quanto la gestione del materiale per poi, giustificare lo scarico del materiale utilizzato per la produzione dei quadri elettrici, oppure avrei potuto importare tutti quei dati in maniera elettronica, evitando errori ed omissioni che, ne ero certo, mi avrebbero creato dei problemi di non poco conto.
In entrambe i casi avrei dovuto mettere a frutto le mie esperienze informatiche, considerando che, in tutti e due i casi, l’uso dei dati, risultava fondamentale per effettuare le operazioni, sia doganali che fiscali, in relativa sicurezza e velocità. Per svolgere quel compito, al tempo, usavo un prodotto che oggi fa sorridere, si chiamava Clipper. Era una sorta di compilatore che rendeva eseguibile dei programmi che interagivano con delle basi di dati che allora erano DBIII. Avevo già lavorato molto con quel tipo di problematiche in passato, ma mai per la gestione di materiali, distinte basi, carichi e scarichi. I miei programmi li avevo focalizzati, ovviamente, per quello che mi serviva, la gestione dei portafogli finanziari dei miei clienti. Un altro mondo, ma, ad ogni modo, se non era zuppa era pan bagnato, per cui, pieno di buona volontà, abbozzai un programma che, da semplici documenti di testo generati dalla contabilità della società di Paolo, mi permetteva di stampare delle liste ordinate, secondo il codice doganale di ciascun prodotto, che avrebbero molto aiutato chi avrebbe, in Romania, compilato i moduli doganali per le importazioni. Nel contempo avevo già deciso che avrei costruito un programma che mi avrebbe permesso di tenere sotto controllo materiali, generare le fatture per la vendita della manodopera utilizzata per la produzione dei quadri elettrici, e, dulcis in fundo, le dichiarazioni doganali di esportazione ed i famigerati elenchi riportanti tutti i materiali consumati per ogni esportazione di prodotti finiti. In poche parole avevo iniziato a scrivere un programma per la gestione della mia azienda.
Era un’idea molto ambiziosa, lo sapevo, ma sapevo anche che avrei potuto procedere per gradi, creando prima di tutto quei moduli che avrebbero permesso di non perdere giornate intere per riorganizzare i dati, tradurre le fatture di importazione e calcolare i consumi di materia prima. Per le altre necessità avrei supplito con l’ausilio della vecchia e buona calcolatrice e macchina da scrivere messa nelle mani della mia svogliata assistente Laura.
Non era stato molto semplice spiegare ad una delle figlie di Paolo cosa doveva fare, sembrava che proprio non ci arrivasse. Per fortuna, quando arrivò in ufficio la sorella, le cose andarono molto meglio. Era solo questione di materia grigia. Tutto lì, anche se non era poco.
In quei giorni avevo anche stilato una sorta di desiderata per sapere e quantificare quali e quanti attrezzi avrei dovuto avere a disposizione in Romania. Oltre a quelli necessari per lavorare, avevo la necessità di trovare una caldaia a gasolio, per riscaldare il locale dove avremo lavorato e tutte le attrezzature necessarie per costruire la rete idrica dei bagni. Paolo venne con me per acquistare tutto il materiale e, invece di utilizzare i soldi che avevamo versato a capitale sociale della nostra società, preferì pagare con la sua azienda. “Così possiamo ottenere gli sconti ed i termini di pagamento di cui gode di già la mia società. Poi con calma, li fatturerò alla società rumena.” Il discorso filava e, per il momento, non me ne preoccupai più di tanto. Ero molto, molto innamorato di quel progetto. I segnali deboli ed anche quelli più forti, che in altre situazioni avrebbero dovuto far squillare degli allarmi atomici, in quei momenti, erano totalmente inutili.
Erano passati quasi dieci giorni da quando ero ritornato in Italia. Ero molto eccitato e non vedevo ‘ora di tornare in Romania. I due bancali di merce che avevano radunato per avviare i lavori erano pronti per essere spediti. I documenti pure. C’erano anche le fatture che Paolo aveva emesso per il pagamento delle attrezzature che aveva comprato per la Romania nei giorni precedenti. Il valore mi parve spropositato. “Ma Paolo, noi non abbiamo comprato merce per quindici milioni di lire.” Lui sfoderando un italiano ancora più inusuale mi rispose che avrebbe ricontrollato, ma che comunque, per legge, doveva applicare un ricarico su quello che vendeva. Ma in quel caso il ricarico era vicino, se non oltre, al cento per cento. UN po’ troppo anche per un innamorato cieco come me. “non sono assolutamente d’accordo sui valori che hai scritto. Se lasci un cinque sei per cento va bene, ma così assolutamente no”. Credo che Paolo capì che non poteva farla così sporca, ma che doveva lasciarla più leggera, altrimenti non avrei continuato. Non ero disposto a passare per stupido e poi se fossimo partiti in quella maniera, chissà cosa sarebbe successo quando avremmo dovuto affrontare altre questioni. Tra tutte c’era la questione dei miei emolumenti. Ero un socio s’, ma non uno di quelli che stanno a casa ad aspettare i dividendi. Ero pronto a passare i miei prossimi anni in Romania a seguire la mia azienda, così come stava facendo Walter da anni, dovevo percepire un compenso. Quanti sarebbero stati d’accordo a fare quello che mi accingevo a fare io, solo per la gloria? Ancora una volta prevalse l’amore nel progetto. Ero consapevole di avere un discreto capitale a disposizione e, per questo, di poter far fronte ad alcuni mesi, diciamo, di magra, per il bene del progetto, per cui non insistetti su quel punto, commettendo, com’è chiaro, un errore fondamentale. Un progetto industriale od è capace di remunerare tutti i capitoli di spesa essenziali per la sua esistenza, oppure è una presa in giro. Il fatto che avrei prelavato o non avrei prelevato i miei emolumenti in qualità di socio amministratore, era un altro paio di maniche, ma i compensi avrebbero dovuto essere chiari e accettati da tutti. Ma così non fu, anzi, iniziai addirittura peggio, anticipando tutte le spese di tasca mia e, spesso, dimenticandomi di trascriverne i relativi costi nell’ottica di farmeli rimborsare dall’azienda.
A parziale discolpa c’era il fatto che non avevo nessuna preparazione nel campo in cui mi stavo tuffando di testa. Avevo gestito e controllato le sorti di moltissime società quando lavoravo in banca, ma qui si trattava dei miei soldi e, contrariamente a quello che quasi ogni essere vivente farebbe, ero disposto a chiudere un occhio anzi, spesso, tutti e due. Non avevo neanche la possibilità di confidarmi con qualcuno. Mio padre era impegnato nel suo lavoro fuori Padova e lo vedevo molto di rado, oltre ad avere un rapporto molto distaccato anche se non freddo. Mio fratello era ancora più lontano, viveva in America. Non avevo una donna fissa, allora più che mai e l’unica persona con la quale mi confidavo era Giorgio ma a lui raccontavo più che altro della Romania, non delle mie attività interne alla società. Ero solo con il mio orgoglio di saputello. Ero convinto che il lavoro svolto in banca per dieci anni mi avrebbe protetto da potenziali fregature, senza capire che, in quell’avventura, ero solo e che non avevo nessuna esperienza, reale, a cui fare riferimento. Era tutto da costruire, da capire e da provare, con il sacrosanto rischio di rompermi qualche osso per strada.
“Laura, sto provando a chiamarti da quasi tre ore. Si lo so che hai il telefono duplex con il vicino, ma santa Madonna….Ti prego di iniziare a cercarmi un appartamento a Zalau, non voglio più stare in albergo, mi sono stufato di mangiare in quella specie di ristorante e di condividere le mie notti con ubriachi auto elettosi a cantori e menestrelli.” Anche Walter mi aveva detto che non era facile trovare un alloggio decente a Zalau, e già sul temine decente c’era molto da discutere, ma volevo tentare. Avrei potuto portarmi da mangiare dall’Italia, oltre all’acqua, le lenzuola e tutto quello di cui ritenevo opportuno dotarmi. Certo sarebbero apparsi altri problemi, ma li avrei risolti via via. Inoltre avevo capito che non potevo tenere un ufficio di import ed export a Bozna. Il problema non era solo nel fatto che Laura era stata categorica nel dichiarare che lei a Bozna non sarebbe venuta ogni giorno. Ma, soprattutto, sul fatto che, a Bozna, non c’era nemmeno la linea telefonica disponibile. Quindi sommando le due difficoltà, dove la prima, di fatto sarebbe stata un’ottima opportunità per liberarmi di Laura, un appartamento avrebbe offerto una soluzione ad entrambe i problemi anche se per quanto riguardava la linea telefonica, anche Zalau non era messa meglio, ma almeno, lì, a Zalau, i cavi esistevano. “Penso di partire tra un paio di giorni, ti serve qualcosa?”
Continua….