Spazio Italia - Radio Timisoara

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02/12/2016

Retezat 34

img-20160921-wa0018Ero arrivato di buon’ora a Bozna. Quel posto aveva qualcosa di magico che non so se risiedesse nel fatto che avrebbe rappresentato il mio futuro o perché era, semplicemente, bello. Entrando nella proprietà, che non era recintata, mi accorsi che c’era un giovane dall’aspetto molto curato e dal fisico possente, che stava spostando della legna all’interno del suo cortile. Aveva una folta capigliatura, cosa che io avevo dimenticato da molto, ed un paio di occhiali molto spessi. Mi sembrava di averlo già incontrato, ma non ne ricordavo il nome. Ho sempre avuto una memoria fotografica eccezionale, ma una pessima per i nomi e le date.
Non appena posò per terra un mezzo tronco, che doveva pesare almeno una settantina di chili, alzò la testa e mi salutò con la mano. Per educazione mi avvicinai alla sua rete per stringergli la mano. In Salaj, la contea di cui Zalau era capoluogo di provincia, la gente non usa trincerarsi al riparo di muri di cinta invalicabili. In quella zona se la gente usa delle reti ai loro confini, le usa non per impedire l’ingresso agli estranei, ma, soprattutto, per non far scappare i propri animali dalla loro corte. Di fatto la gente del luogo era molto ospitale e gentile e non lo era da meno Calin, il vicino che stringendomi la mano mi aveva quasi rotto un paio di falangi. Non so se fu il dolore, che cercai di dissimulare elegantemente, ma immediatamente dopo aver ritirato la mia povera mano, mi ricordai che Calin era nell’aula della scuola dove avevo perorato, con profitto, la mia causa. In un inglese approssimativo ma efficace mi fece capire che desiderava invitarmi a pranzo più tardi, cosa che io accettai di buon grado. Ero molto curioso di conoscere una persona con la quale, presumibilmente non avrei avuto altri che contatti di buon vicinato. Inoltre, mi era piaciuta così tanto la casa del sindaco Romitan, che ero curioso di vedere se anche altre case erano arredate e distribuite come lo era quella del sindaco.
La dacia del tecnico dell’Electrica aveva appena parcheggiato nel vialetto di terra battuta che portava all’ingresso del capannone. MI fece cenno, uscendo dalla macchina, di seguirlo all’interno dello stabile. Immaginavo che volesse vedere dove si trovava il punto di entrata dei cavi elettrici. Invece la prima cosa che fece appena fummo al riparo da altri sguardi, mi tese la mano perché, fu questa la mia presunzione, gli consegnassi quanto aveva deciso che gli pagassi. Non aveva nessuna forma di pudore, se non quella di allontanarsi dallo sguardo dei vicini. Per cui, presi dalla tasca del mio giubbotto la busta che avevo già preparato e gliela consegnai. Controllò con molta attenzione che il pattuito fosse tutto contenuto nella busta e, dopo essersene convinto, uscì dallo stabile per rientrarci dopo qualche minuto, con un contatore della corrente elettrica in mano.
Senza dire una parola, collegò con perizia i cavi che entravano nel muro dell’immobile, al nuovo contatore uscì di nuovo per strada. Salì con un’agilità non comune, sul palo della luce che si trovava proprio all’uscita della proprietà, fece qualcosa che non capii e ridiscese velocemente per rientrare nel capannone.
Dopo aver controllato che il contatore fosse alimentato, cosa che provò semplicemente inserendo in una presa elettrica, molto approssimativa, una lampadina elettrica alla quale erano stati saldati due cavi elettrici sul bulbo della stessa, rimise la lampada in tasca, accennò ad una sorta di saluto avvicinando, velocemente, la mano alla testa, a mo’ di saluto militare e se ne andò con la sua Dacia, lasciando una scia di fumo denso e bianco.
Il mio capannone aveva la corrente elettrica. Avevo ottenuto un contatore ed un’istallazione in pochissimi minuti ed il costo dell’operazione era stata di settanta marchi tedeschi. Veloce, efficace ed assolutamente non etico.
Il giorno precedente, in dogana, avevo avuto quasi un moto di repulsione ed avevo avuto bisogno di fumare un paio di sigarette prima di trovare la forza di tornare nell’ufficio di Marius. Lì, forse perché tutto era accaduto così velocemente, che non avevo avuto il tempo nemmeno di capire che cosa era successo. Solo una cosa avevo compreso molto bene, se volevo continuare la mia avventura in Romani, avrei dovuto conoscere e, spesso accettare, molte questioni che, con molta probabilità, non avrei accettato in altre situazioni.
Calin stava tagliando dei ceppi di legno con un’accetta enorme. Ne aveva accumulati già molti, ma era normale. Il legno era l’unica fonte di energia per scaldare quelle case, non c’era il gas e l’unica alternativa rimaneva la corrente, ma era troppo costosa. Per cui il legno, che non mancava di certo in quella zone, era l’unica fonte possibile.
Calin era un po’ più alto di me, ma decisamente più possente. Appena vide che mi ero liberato dal tecnico dell’Electrica, mi sorrise e mi fece cenno che mi aspettava per il pranzo da lì ad un paio d’ore. Gli feci capire che ero d’accordo e che non avrei tardato. Nel frattempo volevo tornare nel mio capannone per vedere, immaginare per lo più, quali sarebbero state le primissime cose da costruire o da sistemare per poterlo rendere utilizzabile.
Stavo controllando il piano terra che sentii una voce chiamare “Domnul, Domnul… ” Era una donna. Non credo che avesse più di trent’anni, ma ne dimostrava almeno cinquanta. Aveva un vestito largo ed un grembiule, piuttosto sporco, con delle tasche molto capienti. “Eu vreu sa lucrez la dumneavoastra ”. Non capivo che cosa stesse dicendo e cercai di farmelo ripetere. La donna, senza minimamente scomporsi, mi ripetette esattamente le stesse parole, senza nemmeno scandire meglio la sua pronuncia, non che sarebbe servito. Non sapendo come risponderle, visto che sia la mia risposta in italiano che in inglese non aveva sortito nessun risultato, a gesti, le feci capire che ne avremmo riparlato più tardi, possibilmente un altro giorno. Non so se mi comprese, ma fatto sta che dopo pochi minuti, senza accennare a nessun altro discorso né, tanto meno, ad un saluto, si girò sui suoi tacchi, e se ne andò.
La tavola a casa di Calin era imbandita in maniera molto sobria, ma tutto era pulitissimo. Il rito della Tzuica, almeno questa volta, non mi trovò impreparato e, memore delle precedenti esperienze, mi ben guardai dal vuotare completamente il mio bicchiere.
La ciorba di burta era buonissima, così come lo era il pollo al forno con le patate che avevano preparato. In realtà non vidi altre persone in case, fatta eccezione dell’anziana signora che capii fosse la madre del mio ospite, che doveva essere stata l’artefice di quell’ottimo pranzo.
Non parlammo quasi per nulla. Calin cercava di insegnarmi delle parole di uso comune ed ogni volta che prendeva in mano qualcosa dalla tavola, mi ripeteva, almeno un paio di volte, il nome dell’oggetto che stringeva in mano e mi esortava a ripetere. La cosa mi sembrò particolarmente buffa all’inizio, ma dopo pochi minuti, capii qual era il messaggio. “Sei ospite nella nostra terra, devi imparare la nostra lingua per poter apprezzare, capire accettare oppure non accettare quello che ti verrà proposto.” Da quel momento in poi posi molto più entusiasmo ed interesse nel comprendere gli idiomi che Calin si sforzava di farmi imparare. Questo lo fece contento, avevo capito il suo messaggio. Il suo invito a pranzo aveva avuto uno scopo ben preciso. Prima di tutto aveva deciso che voleva misurarmi e, poi, se avessi superato il suo test empatico, mi avrebbe aiutato, ma non prendendomi per mano, bensì, semplicemente, indicandomi un percorso, stava a me capire e decidere se seguirlo oppure no. Tutto era molto simile al modo di ragionare che avevo imparato a riconoscere e decodificare durante le mie vacanze in Sicilia. Sembrava lo stesso codice ma spiegato in un’altra lingua.
Dopo esserci goduti un mezzo toscano che gli offrii con grande piacere e che, con grande piacere fumammo, mi invitò ad uscire in cortile e quando fummo davanti alla pila di ceppi ancora da tagliare, mi porse una scure e mi invitò a tagliare la legna. Non persi un secondo di tempo ed iniziai a tagliare i ceppi con foga. Calin, che nel frattempo aveva iniziato a tagliare anche lui, mi sorrideva e ripeteva “gimnastica, gimnastica!”
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27/11/2016

Retezat 33

20160918_140745Al di là della cortesia, filtro generoso nelle fasi iniziali di, quasi, tutti i nuovi rapporti, siano essi duraturi o assolutamente casuali, l’atteggiamento, il sorriso e l’impegno che quella giovane donna, Manuela, stava dimostrando di avere nello svolgere le mansioni che avrebbe dovuto eseguire Corina, che era pagata da Marius per redattare i moduli per l’importazione e l’esportazione di beni, era esemplare. Sicuramente non sembrava appartenere all’apparente, profonda, apatia e fatalismo che avvolgeva, quasi, tutto quello che avevo potuto vedere, fino a quel momento, in Romania.
Liana, a Cluj.Napoca, aveva un atteggiamento simile, ma quello che traspariva dallo sguardo di Manuela, era ancora più forte, più persistente. Era come se le energie di Liana, per quanto notevoli, non avessero nulla a che vedere con quelle a disposizione della mia nuova conoscenza. Il contrasto fisico, tra le altre cose, una quasi giunonica e l’altra minuta e delicata, ne rendeva ancora più evidente la forza, almeno ai miei occhi. Gli altri, presenti in quel momento in quella stanza, sempre più carica di fumo, erano completamente disinteressati. A loro non importava nulla di quello che qualcuno stava facendo, soprattutto se stava lavorando.
“Sarebbe molto più facile se avessi un programma per poter redattare quelle dichiarazioni, no?” Lei, dopo che si era alzata per salutarmi, quando Laura ci aveva presentato, guardando la macchina da scrivere ed il cestino della carta straccia accanto alla scrivania, colmo di moduli di dichiarazioni accartocciati, mi rivolse un sorriso al limite dello scherno dicendomi “qui, fino a quando cambierà qualcosa, noi saremo vecchi.” Nonostante tutto anche lei era colpita dal fatalismo ma, secondo me, era capace di accettare l’idea che, con la volontà, molte delle questioni che, fino a quel momento, sembravano prive di chicchessia alternativa migliorativa, avrebbero potuto trovare diverse e migliorative soluzioni. Il mio bagaglio di informazioni tecniche, soprattutto in campo informatico, era abbastanza evoluto per capire che avrei potuto, anche piuttosto agevolmente, concepire un programma per rendere la compilazione di quei moduli doganali, non solo più agevole, ma decisamente più veloce e chiara.
“Se mi spieghi come e cosa dev’essere completato in quale casella, io posso scrivere un programma per completare quei moduli.” Lei sempre sorridendomi con una sorta di scherno, ma questa volta enfatizzando maggiormente la sua osservazione “si sarebbe stupendo, peccato che nessuno qui possiede un computer né tanto meno una stampante”. Aveva ragione, me ne resi conto immediatamente. Così come il computer che avevo regalato ai ragazzi della Tex era stato per loro un salto nel futuro, così era vero che, in qualunque posto mi recassi, il massimo che esisteva come dotazione di ufficio, al di là dei mobili inventariati con incuranza, erano delle mastodontiche macchine da scrivere. E, nel caso ci fossero dei computer, questi erano usati per giocare al “solitario”.
“Senti, facciamo una cosa, io non so quante dichiarazioni doganali devi completare in un mese, ma se tu mi aiuti a capire il funzionamento di queste dichiarazioni, io scrivo un programma per completare i moduli e, quando ne hai bisogno, invece di venire qui a svolgere il lavoro, vieni in ufficio da me, quando ne avrò uno, e ti preparerai le tue dichiarazioni con il programma che scriverò” Sembrava interessata e questo dimostrava la mia intuizione che Manuela era molto più aperta, oltre che intelligente di molte altre persone che avevo incontrato sino a quel momento. Ero veramente interessato ad iniziare un rapporto professionale con lei ed iniziavo a maturare, molto velocemente, l’idea di liberarmi di Laura, che fino a quel momento altro non aveva saputo fare che dimostrarmi la sua indolenza, e di chiedere a Manuela di collaborare con me. “Sarebbe molto bello, certo che ti aiuto nel capire qual è il funzionamento delle dichiarazioni doganali, e se potrò utilizzare il sistema, ne sarò più che contenta.”
Laura aveva smesso di seguire le discussioni di Corina riguardanti non so quale tessuto od indumento e si stava decisamente interessando, in modo piuttosto ostentativo, alla mia discussione con Manuela. Era visibilmente irritata da quel mio inaspettato interesse verso Manuela, probabilmente era preoccupata di perdere il suo datore di lavoro. “Anche io conosco le regole delle dichiarazioni doganali, quelle informazioni te le posso dare io. Manuela lavora per dei tipi italiani che producono indumenti e non credo che sia interessate, oltre al fatto che non ha molto tempo a disposizione. Eventualmente, se ho dei problemi, lei mi può aiutare a reperire qualche informazione.” Ecco fatto, la serpe aveva morso. Manuela, dopo aver sorriso e confermato che, di fatto, tra l’università che stava completando ed il lavoro, non aveva molto tempo a disposizione e si rimise a completare i moduli doganali estraniandosi, questa volta sì, completamente dal resto delle discussioni.
Non avevo ancora ben chiaro il meccanismo che avrei dovuto seguire per rendere le mie attività di importazione ed esportazione le più veloci ed indolore possibili ed inoltre, non mi era piaciuto per nulla il discorso di Marius, circa i servizi prestati dalla sua società, ma, come avevo già elaborato, dopo essere sceso nel piazzale, non ero nella posizione di poter combattere e contrastare il sistema. Certo potevo scegliere tra andare avanti con la mia attività o tornare in Italia e cercare di trovare qualche occasione lavorativa. Ma lo scenario a disposizione, non era molto esaltante, almeno per me in Italia, per cui l’unica opzione possibile era quella di assecondare gli eventi in Romania ed imparare quanto più era possibile per rendermi agile e veloce nel prendere le mie decisioni e preservarmi da possibili trappole, delle quali, mi era sempre più chiaro, il mio percorso imprenditoriale in Romania, ne pareva completamente costellato.
Quella visita alla Dogana di Zalau, era stata molto edificante, anche se aveva iniziato a rendermi più guardingo difronte a tutte le dichiarazioni di assoluta disponibilità e supporto da parte delle persone che avevo incontrato. Per ognuna di queste non esisteva nessun problema per risolvere qualsiasi problema, ma non era così, ovvero, tutte le soluzioni proposte erano e potevano essere solo temporanee. Inoltre avrebbero messo tutti nella situazione di essere sotto scacco, ricattabili. Non ero venuto in Romania per iniziare a non rispettare le regole. Non ero venuto in Romania per essere concusso e per corrompere. Ero venuto in Romania per svolgere e sviluppare un progetto industriale. Adesso avevo un problema serio, non avevo ancora cominciato a lavorare ed avevo un problema che non sapevo come risolvere, non in quel momento, per lo meno.
Manuela aveva terminato di redattare i moduli per sdoganare un camion pieno di tessuti. “Se vuoi puoi venire con me, ti mostro come si fa con la verifica fisica del mezzo, se ho capito bene ti interessano le procedure, no?” Corina non aveva sprecato nemmeno un secondo del suo tempo per applicare il timbro del dichiarante doganale, sul modulo di dichiarazione doganale. Con la dichiarazione in mano aveva imboccato la porta dell’ufficio della dogana dove un ufficiale riccioluto, in maniera molto gentile l’aveva salutata e le aveva ritirato il modulo. Insieme eravamo scesi nel piazzale dove c’erano dei camion in attesa di essere sdoganati. In pochi minuti il procedimento era terminato. Il doganiere riccioluto aveva rotto i sigilli del rimorchio. Dopo che l’autista del aveva aperto le porte del rimorchio, il doganiere aveva lanciato uno sguardo veloce all’interno e, con fare non curante, aveva apposto il suo timbro sul modulo, che confermava che l’ispezione non aveva rilevato nessun problema, e riconsegnato il modulo a Manuela. Prima aveva versato il controvalore del dazio e dell’iva. Fatto, l’operazione era terminata. “Ma allora quello che mi ha detto Marius, in ufficio prima, non era vero. Tu non hai pagato nulla.” Manuela mi guardò sorridendo, non mi rispose, io capii che non era poi così semplice. Marius aveva ragione, ma a me non era dato, per il momento, sapere di più.
Ne avevo abbastanza, me ne potevo andare in albergo. Avevo fame, sete ed ero arrabbiato, soprattutto con me stesso, anche perché, il giorno dopo, avrei incontrato un dipendente di una società di stato per concludere un ‘affare’ che mi avrebbe permesso di ottenere la corrente elettrica in poche ore. Altrimenti non ci sarebbe stata corrente, non per lo meno, in un periodo così breve.
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18/11/2016

Retezat 32

lacSteivaNon era una bella giornata, anzi. Minacciava di piovere ed il cielo plumbeo ammantava tutto quello che Zalau poteva offrire, di una tristezza esponenziale. Questo era un aspetto, la tristezza, che si ritrovava in qualunque cosa, in quasi ogni persona che incontravo per strada o con la quale avevo avuto occasione di interloquire. Era, probabilmente, il retaggio del buio del periodo di Ceausescu, aggravato dallo shock post rivoluzionario, dove gli entusiasmi di una vita serena, agiata e comoda, si erano, immediatamente, infranti con la realtà del caos delle istituzioni e dalla insaziabile attività di sfruttamento della situazione economica ad opera delle prime attività commerciali ed imprenditoriali, straniere, e non, che avevano già iniziato ad invadere il campo dal mille novecento novanta. Tristezza che tagliava il respiro quando scaturiva dallo sguardo di un bambino, o dal sorriso di una giovane e bella ragazza, ma che lo toglieva completamente, quando era radicato in quello di una persona anziana, senza più nessuna possibilità di risalire, in qualche modo, la china.
Non ha mai abbandonato la mia memoria quel grigio e quella sensazione profusa di tristezza. Li sento ancora vivi e, in qualche modo, hanno sempre alimentano un sentimento contrastante nel decorso delle mie attività. Ero li perché il costo della manodopera era talmente basso, rispetto agli standard italiani ed europei, da essere quasi ridicolo. Inoltre anche gli altri costi erano correlati ad iniziare dalla benzina, il cibo e tutti i servizi. Era vero che la qualità di tutto quello che si trovava, e non si trovava molto, era decisamente scadente, come se il mondo si fosse organizzato per disfarsi di tutte le loro porcherie, vendendole in Romania, ma era anche vero che quasi venti due milioni di persone, riuscivano a vivere, spesso a sopravvivere, con quello che avevano a disposizione. Essere lì, per me, significava riuscire a conciliare la mia necessità di lavorare con la tristezza della realtà circostante. Era un momento unico in cui ci si poteva arricchire con una facilità incredibile. Il rischio di commettere errori era molto alto. Le leggi erano ancora molto farraginose e la presenza di levantini, pseudo truffatori in erba, era un pericolo crescente di concludere affari a senso unico. Ma con le dovute cautele, era possibile spaziare tra mille attività. Fondare una rete di distribuzione di materiali per le installazioni idrauliche od elettriche, per esempio. Oppure prendere la rappresentanza di qualche gingillo, strategico, per tutto il territorio nazionale. Oppure, visto che l’ottimo terreno agricolo rumeno, poteva essere acquistato a meno di trecento marchi per ettaro, costituire delle aziende agricole con migliaia e migliaia di ettari di estensione. Insomma, c’era un mondo a disposizione, bastava un po’ di pelo sullo stomaco, qualche piccolo o grande raggiro con l’auto di qualche funzionario compiacente, ed il gioco era fatto. Ma tutto questo non era fatto per me. L’educazione e l’imprinting ricevuto dalla mia famiglia, non mi permetteva di vedere, nemmeno di notare, queste “opportunità”. Capivo e vedevo solo una strada per il mio futuro. Avviare un’attività che potessi facilmente comprendere e faticosamente condurre personalmente. Non avevo e non avrei mai avuto il carattere dell’uomo d’affari, nel senso stretto del termine, ma avevo l’animo dell’imprenditore, con un’innata propensione al rischio, non sempre propriamente calcolato. Inoltre non sopportavo l’idea di essere assimilato a certi avventurieri che, purtroppo, popolavano questa nazione, come tutte le altre nazioni del mondo che versano in condizioni disagiate. Ero furioso quando incontravo qualche nuova persona che dopo nemmeno qualche minuto dalla presentazione, immancabilmente, lanciava, con incuranza, qualcosa che secondo lui era un luogo comune, “italiano uguale donne”, “Italiano uguale truffa”. Non ero e non sono così ingenuo da pensare che avrei potuto e che, mai potrò, cambiare il mondo, ma per quanto è stato ed è in mio potere, continuerò sempre a comportarmi in maniera corretta e consona ai normali dettami di etica e di moralità.
Avevo fumato un paio di sigarette ed ero stanco di trovarmi in quella sorta di cimitero di Dacie parcheggiate a ridosso dei muri dei bloc, in un piazzale per metà asfaltato e per l’altra metà cosparso di buche, circondato da tristi bloc sgangherati. Il rosso porpora della mia Golf spiccava su tutto il resto del parco auto e, incredibilmente, per i mei canoni, suscitava una forte curiosità su tutti coloro che passavano da lì.
Era il caso di tornare nell’ufficio di Marius. Mentre stavo salendo i pochi, sgangherati, gradini dell’ingresso esterno del bloc, mi si affiancò una giovane donna, sui venti cinque anni, non molto alta, carina e dotata, apparentemente, di uno spirito diverso. Il suo passo era molto più spedito del mio e la persi di vista nel momento in cui salì la prima rampa di scale.
Era difficile, almeno per me, non inciampare su quei gradini. Il mio cervello era settato sugli standard mondiali, dove un’alzata era costante per tutta la lunghezza della scala e non, come in Romania nei palazzi del periodo comunista, disposta in maniera causale. Ogni inciampata era un’imprecazione ed un pensiero costante, “non mi abituerò mai a queste offese”.
Entrando nell’affumato ufficio di Marius, la bellissima ragazza che, poco prima di scendere a fumare la mia sigaretta calmante, aveva lasciato il suo posto alla macchina da scrivere, proprio alla giovane donna che avevo incrociata nel rientrare nel bloc. Stava battendo a macchina un modulo, anche se a farlo, avrebbe dovuto essere Corina, ma comparando la velocità e l’attenzione che prestava nel lavorare, non mi stranii più di tanto di quel cambio, come del resto, non sembrava stranirsene nessuno, meno che meno Corina che ne aveva guadagnato, a suo pensare, più di tutti.
Laura, nel momento in cui misi piede nell’ufficio, si avvicinò alla giovane donna e, mettendole una mano sulla spalla per attirare la sua attenzione, disse in italiano “Manu ti voglio presentare Gianmaria.”
Continua…