Spazio Italia - Radio Timisoara

Spazio Italia - Radio Timisoara

26/09/2016

Retezat 24

20160918_140742
La mamma di Liana mi trattò come un sultano. Il loro appartamento era modesto, ma molto pulito ed ordinato. Si trovava al sesto piano di un bloc che di artistico non aveva nulla, come del resto tutti gli altri bloc costruiti dai comunisti. L’impressione che fossero stati concepiti per demolire ogni forma di fantasia, continuava ad essere fortemente presente. La cucina era così piccola che era difficile immaginare come fosse riuscita a sfornare tali e tante leccornie. Dopo un così lauto pranzo che, onestamente, iniziai perché mosso dalla curiosità di assaggiare la cucina rumena, di cui avevo avuto un ‘alcolico’ aperitivo nella casa del Sindaco Romitan, ma continuai con estremo piacere dopo aver costatato che tutto era veramente delizioso, anche se un po’, almeno per il mio stomaco, pesante.
“Florica, questo è Gianmaria, un mio amico italiano che dobbiamo aiutare a risolvere un piccolo problema” Eravamo andati quasi di corsa a casa del notaio amica di Liana. Eravamo entrati in casa, ci eravamo presentati e, senza perdere un secondo, avevamo definito il da farsi. Avrei dovuto tornare a Cluj-Napoca anche il giorno dopo e, molto probabilmente avrei dovuto restare per un paio di giorni per completare tutte le incombenze. Poco male, avrei riportato a casa a Zalau Laura, di cui mi ero già pentito di averla portata con me quella mattina, e sarei ritornato a Cluj-Napoca la mattina seguente molto presto.
Il giorno seguente, durante il viaggio verso Cluj-Napoca, ascoltai ripetutamente un compact disc dei SuperTramp, dire che ero eccitato è poco. Sentivo una forza crescente, irrefrenabile che invadeva tutto il mio spazio ed, a quanto pareva, anche coloro che mi stavano accanto. Il mio crescente entusiasmo avvolgeva tutto e coinvolgeva tutti coloro ai quali ero riuscito a trasmettere anche una solo, minima, parte dei miei progetti e dei miei sogni. Senza Laura mi sentivo ancora più libero, non ho mai capito perché continuai a tenerla nonostante generasse in me sentimenti decisamente contrastanti. Con il senno del poi, avrei fatto molto bene a lasciarla a casa sin dai primi giorni, ma, come si suol dire, “se mio nonno avesse avuto cinque palle sarebbe stato un flipper”.
Appuntamento all’atelier di Liana. Questa volta arrivai puntuale. Liana mi aveva preparato il caffè, che a dir il vero, non era buono, ma non le detti a capire che non mi piaceva. Dopo poco ci trovavamo nell’atrio del Tribunale di Cluj. Fino agli anni novantacinque, i notai erano dipendenti dello Stato ed avevano il loro ufficio nei tribunali. Più che di un ufficio si trattava di una scrivania tra tante scrivanie occupate da altri notai. La coda di persone in attesa di una vidimazione, un timbro o qualunque altra questione legata ad aspetti che necessitavano la firma del notaio, era immensa. Florica era l’unica che spendeva qualche minuto in più per spiegare alla gente che sedeva a turno, davanti a lei senza nessuna riservatezza, quali erano i passi importanti del documento che avevano appena firmato. La maggior parte degli altri notai di Stato avevano un comportamento che lambiva la più volgare delle maleducazioni. La gente, soprattutto, la povera gente, e ce n’era veramente tanta, la ringraziava ed i più, le lasciavano un piccolo segno della loro riconoscenza, che lei più per dovere che per necessità accettava. Il risultato era che la sua coda era la più lunga, ma anche la più composta di tutte le altre code. La sera prima, con l’aiuto di Liana, mi aveva spiegato cosa avrei dovuto preparare e scrivere sui documenti. Allora non facevo un passo senza il mio computer portatile e la mia piccola stampante a getto d’inchiostro. Una delle difficoltà maggiori era quella di redattare documenti in tempi veloci, fare fotocopie ed altre questioni che potevano farti perdere giorni interi. E quel giorno al tribunale di Cluj-Napoca non feci eccezione. Tra lo stupore, discreto, di tutti i presenti in quell’enorme stanzone, dopo aver trovato una presa della corrente per la stampante, in una manciata di minuti, ripresentai il documento corretto per la firma del Notaio Florica, sul quale appose la sua firma che stonava con la pomposità del sigillo. “Bene” Liana era venuta con me “adesso dobbiamo andare a prenotare il timbro, dopo, rimane di depositare il capitale sociale in banca per poter eseguire l’ultimo passo per la registrazione finale al registro del commercio.” Se era possibile firmare lo statuto della società senza l’obbligatorietà della legalizzazione della firma dei soci, qualunque altro atto formale prevedeva la legalizzazione da parte di un Notaio di Stato. Da lì in poi il percorso della burocrazia rumena mi avrebbe accompagnato, mio malgrado, praticamente dovunque, ma, mentre per la maggior parte delle attività riuscivo, anche se con un po’ di sforzo, comprendere la logica di alcuni passi, per una cosa non sarei mai riuscito ad abituarmi, al timbro. Qualunque documento, fattura, ricevuta, richiesta assolutamente tutto che fosse stato effettuato per conto od in nome di una società, doveva essere accompagnato, sottoscritto e sancito, dall’apposizione del timbro della società. La vita del timbro iniziava con un percorso già travagliato ed assurdo. In pratica, per poter comprare il timbro, si doveva presentare la copia del certificato di immatricolazione del Registro del commercio. La parte ridicola era che non solo esisteva, come quasi tutto in Romania, una sorta di mercato parallelo dove con una mancia si poteva ottenere qualsiasi cosa, o quasi, ma che il negozio che fabbricava e vendeva i timbri si accontentava di una semplice fotocopia del certificato di immatricolazione della società, senza richiedere nessuna prova aggiuntiva sul fatto che, quel documento fotocopiato, riportante in calce il nome della società, fosse veramente la società del richiedente il timbro. Se avessi voluto acquistare un timbro di una qualsiasi società avrei potuto farlo, semplicemente, portando una copia che avrei potuto procurarmi molto facilmente. La parte tragicomica di quella regola era che non esisteva nessuna regola dello Stato che imponesse alle società di apporre, obbligatoriamente, il timbro, fatta eccezione di alcune regole di alcuni uffici, ma nessuno, ma proprio nessuno, avrebbe mai accettato un qualsiasi documento se non fosse stato apposto il timbro. Avrei avuto molti grattacapi a causa del timbro ed avrei consumato, inutilmente, una buona parte del mio fegato cercando di spiegare ad uno qualsiasi dei funzionari di una qualsiasi branca dello Stato, che non esisteva nessun obbligo legale per cui avrei dovuto usare il timbro per ogni cosa.
La cassiera della banca sedeva dietro ad uno sportello la cui apertura ti imponeva una sorta di genuflessione. Aveva di fronte un monitor di un calcolatore sul quale si vedeva senza sforzo, il solitario di windows. Alla sinistra della tastiera teneva una tazza enorme con del liquido nero, presumibilmente caffè, che a quell’ora, avrebbe dovuto essere completamente freddo. Nella mano sinistra teneva una sorta di panino che addentava senza nessun ritegno pur essendo in servizio al pubblico. Liana, mentre si avvicinava allo sportello mi disse di rimanere calmo, probabilmente aveva intuito che mi sarei inalberato nel vedere quello scempio e, ancora di più, nel costatare l’indolenza della dipendente. Eravamo entrai nella Banca Commerciale Rumena di Cluj-Napoca, che, allora, rappresentava una delle più grandi banche rumene. Liana prese dalla sua borsa un piccolo cilindro e lo passò attraverso la misera apertura dello sportello adagiandolo accanto alla tastiera del computer. L’addetta, una donnona che avrà stazzato un paio di centinaia di chili, senza che la cosa l’imbarazzasse per nulla, aprì la sommità del cilindro che rilevò essere un rossetto, ne costatò, probabilmente, l’integrità e, solo dopo, spostò la tastiera del computer, posò il panino sul banco e si rivolse, non in maniera gentile, a Liana. Avevo assistito alla prima, incredibile, assurda, forma di corruzione. Liana aveva pagato un rossetto per poter carpire l’attenzione di una cassiera, maleducata, di una banca perché questa svolgesse il lavoro per cui era pagata. Non era il valore del rossetto, né il gesto in sé che mi aveva sconvolto, ma la naturalezza con la quale una aveva dato e l’altra aveva ricevuto. Non si conoscevano, Liana mi confermò che era la prima volta che la vedeva. Non aveva ancora nemmeno salutato, non aveva nemmeno lasciato intendere di quale servizio avevamo bisogno. Questo significava che quegli atteggiamenti, che solleticato dalla mia prima esperienza, inizia a notare praticamente ovunque, soprattutto negli uffici pubblici, di qualunque ordine e grado, erano parte integrante del vivere della gente, probabilmente abituata a svolgere quelle azioni da moltissimo tempo, tanto che erano diventate azioni usuali, praticamente normali.
“Cosa devo fare?” Mi pentii quasi subito per aver alzato la voce. Il salone della banca era quasi pieno e tuta la gente si era voltata a guardare noi due. “Dobbiamo trascrivere i numeri di serie delle banconote, dei dollari che stai versando per il capitale sociale della società, sulla distinta di versamento.” Avevo lavorato quasi dieci anni in banca. Di questi, quasi tre li avevo trascorsi tra la cassa e l’ufficio che, al Banco di Sicilia, si chiamava, esecutivo. Non avevo mai visto ne immaginato che qualcuno potesse obbligare un cliente a trascrivere il numero di serie delle banconote che stava versando, sulla distinta di versamento. Al più, ma solo se c’era il sospetto che qualcosa non fosse proprio in regola, appena il cliente se ne fosse andato, avremmo fotocopiato le banconote.
Ovviamente non ci fu nulla da fare, dovetti trascrivere i numeri di serie, per fortuna avevo solo banconote da cento dollari.

Continua…

Spazio Italia - Radio Timisoara

21/09/2016

Retezat 23

20160918_140745Cluj-Napoca dista da Zalau circa ottanta chilometri. Non era possibile calcolare lo stesso tempo di percorrenza che avrei avuto in Italia. Avevo percorso una strada statale, attraversando, almeno, una decina di paesini, tutti quasi identici tra loro. Non esistevano autostrade in Romania, fatta eccezione per una che era stata costruita ai tempi di Ceausescu, che collegava Bucarest a Pitesti. Per la cronaca, solo dopo oltre venti cinque anni dalla rivoluzione, sarebbero apparsi i primi tronconi di autostrada, che, come c’era da immaginarsi, avrebbero avuto il costo a chilometro più caro del mondo.
Nel complesso, dato il territorio collinare, gli scorci di natura che avevano accompagnato il mio viaggio, erano a dir poco fantastici. Boschi, vallate, prati di un verde infinito che contrastava con il cangiante colore delle foglie che iniziavano a subire le regole dell’autunno. Una delizia per i fotografi. La strada, come oramai mi aveva abituato quella Nazione, una collezione ricchissima di buche e pericoli di ogni natura, senza l’esclusione dei carretti trainati da cavalli e condotti da personaggi se non completamente ubriachi, decisamente alticci.
Già dai primi metri percorsi in Cluj-Napoca, si capiva che si trattava di una vera città e non, come lo era Zalau, di un paesone allungato a forza. Il centro storico, superata la consueta periferia assillata da bloc di varie altezze e dimensioni, dava prova di un passato decisamente importante. Palazzi imponenti, nati dalla china di architetti famosi, inseriti in contesti pubblici di tutto valore, con parchi e viali importanti che attraversavano una pianta decisamente complessa e, lo si capiva anche dal nome Napoca, di origine latina antica. Unica nota stonata i milioni di cavi attaccati alla meno peggio su qualunque struttura li potesse sorreggere. Facciate di splendidi palazzi, anche se bisognosi di ristrutturazioni, violentate da fasci di cavi assicurati, alla bene e meglio, con ganci improvvisati ed a diverse altezze. Pali della luce stracarichi di quelli che, abbandonando una facciata, dovevano attraversare un incrocio, una strada e, senza nessun timore, anche alberi che, per loro sventura, si trovavano ad una distanza ideale tra un palo, una facciata ed un altro, qualsiasi, appiglio.
Liana mi aveva dato appuntamento nel suo atelier di moda, così lo aveva definito. Non era stato difficile raggiungerlo, tant’è che mi pentii di essere arrivato in ritardo di almeno mezz’ora, a causa del fatto che Laura, alle nove di quella mattina, non era ancora pronta. Inoltre Liana parlava perfettamente italiano. Era, oltre che poliglotta, una persona solare, simpatica. Non poteva definirsi bella, ma compensava i suoi chili di troppo e dei lineamenti non proprio morbidi, con la simpatia e con il sorriso con cui parlavano i suoi occhi azzurri. “Tu sei Gianmaria? Che piacere incontrarti. Walter mi ha richiamato questa mattina per raccomandarmi di trattarti bene!” Ci fece accomodare nella sua sartoria. Ci lavoravano una trentina di donne che oltre a tagliare e cucire abiti da donna, cucivano delle tute da lavoro che lei, orgogliosamente, ci mostrò come una sua creazione di moda. La realtà era che era costretta a produrre anche, se non soprattutto, qualcosa che potesse portarle del guadagno, altrimenti con la sola “moda” non sarebbe riuscita a garantire la sussistenza per lei, suo figlio e sua madre. Liana, forse perché il mio comportamento fu sempre ineccepibile, fece sempre il possibile per aiutarmi, cosa che mi dimostrò da subito. “Dai andiamo in ufficio che ti mostro i documenti della società di cui ti ha parlato Walter. Vedrai che è tutto a posto. Non ho svolto nessuna attività se escludiamo le spese di costituzione ed un paio di piccole transazioni.” Non avevo una grande idea di come si tenesse la contabilità in Romania, ma non sapevo a chi altri, se non a Calin, chiedere di verificare quei documenti. Dopo pochi minuti, mi fu completamente chiaro che tra quelle carte non poteva esistere nessuna fregatura e le confermai che, anche grazie alla fiducia che avevo già deciso di riporre in Walter, non ritenevo opportuno verificare ulteriormente quei dati. L’unica questione che mi dispiaceva, di tutta l’operazione, era il nome che lei aveva scelto per la società, “Sieme”. “Scusami, Liana, ma che cosa vuole significare?” Pensavo a qualche parola rumena che riportava all’attività che era stata considerata quale domino principale, ma la risposta fu completamente diversa. “Quando l’ho costituita non parlavo quasi per niente italiano. Erano venuti da me due persone, italiane, che avevo conosciuto in centro a Cluj-Napoca, in un bar. Uno dei due aveva una relazione con una mia amica. In pratica io avrei dovuto diventare la compagna dell’altro.” Continuò a spiegarmi che lei non apparteneva alla schiera delle ragazze che erano disposte a vendersi per ottenere dei vantaggi, come, purtroppo accadeva per la maggior parte delle donne del tempo e, che negando i suoi favori, pur mantenendo una sorta di disponibilità, i due italiani, capendo il carattere imprenditoriale di Liana, le avevano proposto di costituire una società per vendere dei preziosi in Romania. L’idea, per quanto possa sembrare strampalata e fuori luogo, se concepita per essere attuata in una nazione dove il salario medio netto, al tempo, non superava i sessanta euro al mese, per quanto riguardava Cluj-Napoca, era diverso. In quegli anni, ai danni dei cittadini di Cluj-Napoca, ma via via ai danni di tutti i rumeni, si stava ancora perpetrando una truffa colossale che si chiamava “Caritas”. Di fatto era un classico imbroglio basato sullo schema di Ponzi impostato da un certo Ioan Stoica, che fino a quando funzionò solo a Cluj-Napoca, distribuì dividendi favolosi a coloro i quali avevano investito per primi. Questa isteria collettiva, che aveva portato la gente e, non solo quella ignorante, a vendere tutti i loro averi per poter investire denaro contante in questa truffa, aveva generato moltissimi neo “ricchi”, dove per ricco si deve intendere al di sopra della soglia del reddito medio rumeno del tempo. Quindi, grazie a questa truffa, molta gente aveva della discreta liquidità che, non volendola reinvestire in una nuova operazione in Caritas, poteva essere spesa per l’acquisto di qualche bene rifugio, ben più sicuro. Come è facile comprendere, già nel mille novecento novanta quattro, cadde nella completa bancarotta, affossata dagli interessi assurgi pagati a stretto giro ai primi investitori e, soprattutto, dai prelievi effettuati dallo Stoica e dai suoi galoppini. “Sieme” di fatto era il sostantivo “insieme” ma senza “in”.
Erano trascorse, tra una cosa ed un’altra, un paio d’ore e, Liana, doveva andare a casa per il pranzo. Viveva con il figlio e la madre dato che lei aveva da poco divorziato da un austriaco, il padre di suo figlio Marc, di cinque anni. Non ci fu verso di declinare il suo invito a pranzo. “Venite a casa mia, mangiamo una ciorba di burta e delle cotolette, così dopo pranzo andiamo a trovare una mia amica notaio per farci dire che cosa occorre fare per trasferire la società.” Lei continuava a tergiversare ogni qual volta le chiedevo quanto mi sarebbe costato acquistare la società. La cosa non mi faceva stare tranquillo per nulla. Al tempo ero molto diffidente, com’era giusto che fosse e, anche se qualcosa i diceva che di Liana mi potevo fidare, continuavo a rimanere sulla difensiva. Ad un certo punto, dopo aver mangiato una squisita ciorba e bevuto una birra locale, Liana mi disse che per la vendita della società avrebbe voluto solamente quello che aveva speso per costituirla, un’inezia contabilizzabile in non più di cinquanta mila lire, circa venti cinque euro, più un paio di bottiglie di ‘Ribolla Gialla’ che avrebbe regalato alla sua amica del cuore che viveva a Bucarest, Maria, avvocato. Acconsentii ma solo alla condizione che avesse accettato tre volte tanto quello che aveva speso e che, se avesse avuto tempo, mi avesse aiutato nel completare il giro dei documenti per poter diventare il socio della “Sieme”. Liana accettò di buon grado ed io, senza preoccuparmi di perdere il mio denaro, e non perché era una cifra irrisoria, le detti, in quel momento, quanto avevo deciso.
Continua…

Spazio Italia - Radio Timisoara

19/09/2016

Retezat 22

20160918_170757“Ciao Walter, si sono tornato. In effetti volevo fermarmi a salutarti quando sono passato davanti la tua azienda, ma ho preferito telefonarti adesso per non disturbarti, magari ci si vede questa sera. Ti ho portato delle leccornie dall’Italia.” Francamente speravo che mi dicesse di fermarmi a cena a casa sua. Telefonandogli avvertendolo che avevo delle bontà da consegnargli, lo avevo praticamente costretto ad invitarmi a cena, ma, per quel poco che conoscevo Walter, non mi preoccupavo che se la prendesse a male, anzi. Gli italiani a Zalau in quel periodo erano pochissimi e gli stanziali erano ancora meno. Chi andava in quella città lo faceva perché era seriamente interessato a combinare qualcosa. Non offriva praticamente nulla oltre alle opportunità per sviluppare qualche attività produttiva, fatta eccezione, ovviamente, per l’incredibile quantità di bellezze che potevi incontrare a quasi ogni angolo della strada. Il cosiddetto turismo sessuale apparteneva per lo più a citta maggiori, quelle come Zalau, decisamente più piccole, non offrivano quell’opportunità quale risorsa quasi principale, anche se, volendo, le opportunità non sarebbero mancate. Avrei visto decine e decine di imprenditori italiani rovinarsi a causa della maestria di moltissime stupende ragazze di sbarcare il lunario e, soprattutto, alla stupidaggine degli stessi che, invaghiti oltre misura, avrebbero lasciato nelle mani de quelle ragazze, i destini delle loro aziende.
Avevo ancora l’immagine dell’eccitazione di Emil e Calin nel constatare che avevo mantenuto la mia parola. Il computer era sulla loro scrivania. Prima di partire, a casa mia, avevo installato Windows ed una serie di programmi che ero solito usare fra i quali un data base, DbIII ed un suo compilatore dedicato, il mitico Clipper. Con questi due strumenti avevo continuato ad approfondire le mie conoscenze informatiche e, lavorando, spesso, giorno e notte, mi ero potuto togliere delle piccole soddisfazioni, creando dei software che avrebbero aiutato, non solo la mia attività ma anche quella di altre persone. I miei nuovi conoscenti rumeni erano ancora un po’ reticenti, ma io non capivo bene per quale motivo. “Ma tu Walter, mi puoi spiegare perché? Se io avessi ricevuto un regalo del genere, nel contesto che conosci, sarei praticamente impazzito di gioia, invece, loro, anche se era chiaro che erano impazienti di poter usare il computer e che, nonostante tutto, rimanevano decisamente increduli e piuttosto freddi.” Walter accendendosi una sigaretta, dopo aver terminato di cenare una buona parte delle leccornie che avevo portato, con un fare quasi paterno “non credono che tu abbia potuto regalare loro qualcosa, figuriamoci un computer. Qui tutto è stato ed è ancora, motivo di contrattazione, di commercio. Appena inizierai a parlare ed a capire il rumeno, ti renderai conto, che il termine maggiormente usato da tutti è bani, soldi. La domanda che loro si stanno facendo in questo momento è ‘quanto ci costerà questo computer?’” Era vero che avevo intenzione di chiedere a Calin di aiutarmi nella gestione della contabilità della mia nascente azienda, ma ero anche deciso ad offrire a loro il dieci percento della stessa società e, questo, non solo per cointeressarli nell’attività ma anche, se non soprattutto, per permettergli di guadagnare da quella nascente opportunità. Non esisteva un solo altro motivo che mi aveva spinto a forzare Paolo in Italia ad accettare quell’idea e non avevo il minimo dubbio che, nonostante non sarebbe stato facile, la mia iniziativa sarebbe stata un successo.
“Walter, vado a riposare, domani devo costituire la mia società e non ho idea di cosa e quanto tempo dovrò impiegare in questa avventura.” Walter, accendendosi un’altra sigaretta “Ma senti una cosa, perché non ne prendi una già esistente? Conosco una tipa di Cluj che ne ha costituita una non molto tempo fa per avviare un’attività con degli italiani, ma che per vari motivi non ha più dato corso all’attività ed è rimasta con l’azienda senza nessuna attività. Non dovrebbe essere una cosa complicata controllare la poca contabilità che ha registrato e subentrare quali nuovi soci.” Di fatto l’idea non era malvagia. Lui mi avrebbe aiutato a controllare i dati contabili, ma avrei potuto chiederlo anche a Calin. MI sarei dovuto procurare un notaio, ma quel tempo i notai i Romania erano dipendenti dello Stato e si trovavano tutti all’interno dei tribunali. Versare il capitale sociale in banca e registrare le modifiche al Registro del Commercio. Si, in fondo non era un’idea malvagia. “Si, facciamolo, possiamo chiamare questa signora domani?” Non immaginavo che avrei potuto sbrigare quella faccenda in quella maniera, ma, quello che mi aveva proposto Walter era perfettamente logico e, soprattutto, mi avrebbe fatto risparmiare almeno due settimane di tempo, durante il quale avrei potuto avanzare la richiesta per ottenere un certificato di investitore, condizione necessaria per godere dei vantaggi che la legge offriva a quel tempo. Rimasi oltremodo sorpreso quando Walter, nonostante fossero già le nove passate, prese il telefono e chiamò Liana a Cluj-Napoca. “Ciao bella, come stai? Io bene, grazie, hai ancora quella società che avevi costituito per quei tipi italiani? Benissimo, senti ho qui un amico, una persona per bene, credimi, che la vorrebbe comprare a condizione che tu lo aiuti a trasformarla ed ottenere il certificato di investitore. Si, è un italiano. Benissimo, allora te lo passo così vi mettete d’accordo e domani stesso vi potete incontrare a Cluj per finalizzare quest’operazione.” Ero rimasto decisamente scioccato dalla velocità con la quale si stavano svolgendo quei fatti. Ero appena ritornato in Romania e, tecnicamente, avevo già in mano la mia prima società. Inoltre c’era qualcuno che mi avrebbe aiutato a percorrere tutti i passi per formalizzare il cambio societario e, soprattutto ad ottenere il certificato di Investitore. Tutto con una semplice telefonata. Cominciavo a credere che il detto dell’italiano che avevo incontrato alla dogana di Petea, fosse vero.
Rodica era rimasta tutta la sera ad ascoltare le nostre dissertazioni intervallate da piccoli aneddoti, più che altro, raccontati da Walter. Sembrava distratta, mentre, sono ancora convinto, che stesse pensando che lei era stata, per Walter, quello che lui, adesso, stava rappresentando per me. Era chiaro che aveva avuto e, continuava ad avere, benefici da quell’attività, ma era anche evidente che erano tutti meritati.
Si era fatto tardi. Avevo preso appuntamento per le dieci del mattino a Cluj-Napoca con Liana per capire, non solo che cosa avrei dovuto fare per acquisire la proprietà della società ma, anche, cosa mi sarebbe costato. Non avevo veramente bisogno di Laura per quell’operazione, ma oramai le avevo detto che sarei andata a prenderla a casa il mattino seguente, per cui decisi che l’avrei portata con me a Cluj-Napoca, in fondo, avrebbe potuto essere d’aiuto non solo per raggiungere la destinazione, ma anche per approfondire, un po’ di più, le mie conoscenze della Romania in generale e della mentalità rumena in particolare. Mi era chiaro che i cinquant’anni di comunismo, avevano forgiato mentalità e punti di vista completamente differenti dai miei. La gente aveva dovuto, chi più chi meno, lottare con i denti per appropriarsi di una certa posizione per godere di una sorta di certezza economica e sociale. Alcuni avevano scelto la strada più semplice, quella di assoggettarsi alle regole del partito divenendone parte integrante. Credo che solo pochi di loro, soprattutto negli ultimi decenni, che precedettero la caduta del muro di Berlino e, di conseguenza di tutto il sistema comunista del dopo guerra, fossero realmente convinti della bontà dell’ideologia. Ma questi pochi, rispetto alla popolazione, avevano rinunciato al rispetto di se stessi, quale prezzo per ottenere benefici che, il regime, garantiva a chi sosteneva, incondizionatamente, la perpetuazione delle idee del socialismo radicale. I privilegi che questi pochi erano riusciti a raggiungere erano inimmaginabili per la maggior parte del resto della popolazione che, più che altro, fantasticava sulle loro possibilità. Non era solamente un problema di sopravvivenza, non fino ad una decina di anni prima del dicembre del mille novecento ottantanove, bensì di appagamento degli istinti umani, liberati dalle regole comuni perché appartenente ad una classe specifica, quasi immune, garantita dalla semplice sudditanza ad un sistema governato da un pugno di uomini che erano stati capaci di progettare e costruire un sistema complicatissimo di controllo e di repressione.
Continua…