Spazio Italia - Radio Timisoara

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15/04/2017

Retezat 43

20160918_130110Gianni era tornato a ricaricari. Erano gia’ passati dieci giorni. Paolo cercava di chiamarmi quasi ogni giorno. Aveva bisogno della merce. Gli accordi erano che mi avrebbe mandato del nuovo materiale per iniziare i nuovi quadri, ma, in un certo verso , a ragione, voleva controllare i quadri che erano stati prodotti prima di farmene produrre altri.
Alla fine era fatta, la prima spedizione era partita. Non era stato facile, non tanto produrre i quadri elettrici, quanto sistemerli nel furgone senza le scatole. Avevamo deciso che non aveva senso far viaggiare le scatole metalliche dei quadri elettrici, anche perche’, una volta arrivati in Italia, li avrebbero dovuti smontare per controllarli uno ad uno. Era la nostra prima produzione e, sicuramente, qualcosa di sbagliato ci sarebbe stato.
La questione interessante di quel mio nuovo lavoro era che non esistevano delle vere e proprie regoledi come fare le cose. Ovvero, di regole ce n’erano tantissime, leggi a parte, ma come imprenditore ero liberissimo di seguirle o meno, tanto alla fine, chi pagava il conto ero sempre io. Oltre a questo, che non era un aspetto di poco conto, c’era il fatto che il modo di lavorare imposto durante il periodo comunista, non aveva quasi nulla a che vedere con quello che dettava le regole nel “capitalismo” occidentale. Questo significara pure che non avrei avuto la possibilità di trovare degli appoggi professionali tali da poter supportare le mie teorie, più che altro, dettate dal buon senso che, credevo, di possedere. Tutti dipendevano da me, dalle mie scelte. Certo se non erano d’accordo se ne potevano andare, non era un regime, ma se perdevano lo stipendio che pagavo, cosa avrebbero potuto fare? Per cui, nella trappola delle adulazioni per necessità, non avevo scelta, potevo basarmi solo su due fattori. La mia buona volontà coniugata con un presunto buon senso e le risposte di Paolo dopo che avrebbe ricevuto e testato il nostro lavoro. Anche qui potevano esserci dei bubbi di trasparenza, sempre con il senno del poi. Paolo avrebbe potuto dire che la qualità pesima delle nostre lavorazioni lo aveva costretto a rifare quasi completamente il lavoro. Certo non aveva molto senso, ma, sempre con il senno del poi, Paolo non credeva nell’operazione in quanto tale, bensì nella possibilità di spolpare un pollo, io nella fattispecie, che si stava sobbarcando tutti gli oneri di quell’operazione di pseudo delocalizzazione.
Una volta caricato il mezzo, non rimaneva che dare a Laura i documenti da portare in Dogana per l’esportazione, dopo di che’ non mi rimaneva da decidere che cosa fare. Rimanere in Romania fino al prossimo carico di merce, oppure tornare in Italia per qualche giorno.
Tornai a casa, allora la mia casa era in Italia e non avevo nemmeno la minima idea che potesse, un giorno, essere differente. Tornare a Padova, dopo un viaggio di quasi quattordici ore in macchina, era come effettuare un salto nel futuro. Entrare in un brico center e trovare decine e decine di utensili, cosa impensabile in Romania a quel tempo, sprattutto a Zalau, quasi, quasi faceva venire le lacrime. Il mio animo poco commerciale, non mi fece mai pensare che quella cronica mancanza di fatto, significava una stupenda opportunita’. Se avessi sfruttato le mie conoscenze ed avessi investito i miei soldi in una piccola ma solida attivita’ commerciale, magari non a Zalau, ma in un’altra citta’ , a quell’epoca piu’ sviluppata, il mio futuro ed il futuro di molti altri, in Romania sarebbe stato decisamente diverso.
Il tempo volava senza possibilità di rendermi conto di quello che in effetti stava accadendo. Ovviamente il giorno dopo l’arrivo a casa andai a vedere il frutto del mio lavoro che era appena arrivato nel capannone di Paolo. Sul retro di ogni quadro elettrico avevo fatto scrivere, con un pennarello, indelebile, il nome delle operaie che lo avevano assemblato. Quei nomi sono ancora nel retro di quei qadri elettrici, ovunque siano e, nessuno, saprà mai a chi aprtenevano quei nomi. Il motivo di quella scleta era che avevo bisogno di un sistema semplice, ma efficace per identificare, tracciare, direi oggi, il lavoro di ciascun operaio. Lo scopo era chiaro, volevo responsabilizarli, renderli partecipi della possibilità che un errore avrebbe potuto costare dei soldi che loro non avrebbero potuto corrispondere. Fu come fu che quell’accorgimento, apparentemente stupido, ebbe un gran risultato, tant’è che tutti gli operai, anche se non ce ne sarebbe stato assolutmanete bisogno, vollero partecipare alle operazioni di carico. Era qausi come se volessero salutare un figlio che parte per un viaggio senza ritorno.
Peolo non si aspettava la mia visita, non così presto. “Sai non posso mandare altri componenti per le prossime tre settimane. Poi ci sarenno le feste ed i miei clienti non vogliono aumentare il loro magazzino, per cui bisognerà decidere che cosa fare con la gente in Romania.”
“Ma tu qui stai tenendo un sacco di lavoro, manda qualcosa tanto per avere una sorta di continuità. Non posso mandare a casa tutti adesso” Nessuno dei due aveva torto. Paolo aveva un problema che, probabilmente, non aveva ben considerato all’inizio dell’operazione. In Italia c’erano i sindacati e, giustamente, non avrebbe potuto, semplicemente, licenziare il personale. Non dall’oggi al domani, senza un piano e senza, soprattutto, la certezza che il piano Romania, avrebbe funzionato. Dalla mia parte, pur comprendendo i motivi che pfrenavano il mio socio sgrammaticato, non potevo non considerare tutto lo sforzo sia economico che fisico, che avevo investito in quei primi mesi di lavoro in Romania. La parte dolente era che non avevo io il coltello dalla parte del manico. La traduzione di quella breve ma intensa discussione era che fino all’anno prossimo, non ci sarebbe stato nessun nuovo carico, sicuramente nessun nuovo carico consistente.
Quelli sono momenti che puoi provare solamente quando sei solo, quando lavori per te stesso e, dalle tue scelte o quelle di altri, contro le quali non hai armi, dipendono molte altre persone alle quali hai promesso qualcosa che, purtroppo, non puoi mantenere, per lo meno , non puoi mantenere fino in fondo. Il peso di quella situazione stava diventando sempre più grande. Non ero il tipo che si nasconde dalle proprie responsabilità, ma appena poche ore prima ero partito da Bozna, lasciando i “miei” operai fiduciosi, perchè io lo ero, di ricevere un nuovo carico di materiale, al più tardi, dopo una settimana ed invece avrebbero dovuto aspettare più di un mese. L’aggravante era che quell’attesa avrebbe compreso anche le vacanze di Natale, forse le prime dopo la resa del regime comunista, quando quelle persone, forti del nuovo contratto di lavoro con “l’italiano”, con molta probabilità avevano iniziato a pensare che, quell’anno, avrebbero potuto trascorrere delle festività più serene. Invece nulla di tutto questo.
“Voglio rivedere le fatture che mi hai emesso per gli utensili che mi hai mandato, mi sembra che ci siano dei valori esagerati”. Paolo, ovviamente per nulla stranito, fece finta di non capire. Ma non lasciai la presa. “A meno che non mi mostri le fatture con le quali hai acuistato quella merce.” “la miglior difesa è l’attacco. “Ehi, ma non ti fidi di me? Cosa credi che ti ho mandato porcherie in Romania. E’ tutta roba di qualità industriale, costa un sacco di soldi sa’” “Non lo metto in dubbio, ma, visto che siamo trasparenti l’uno all’altro, fammi vedere le fatture di acquisto.”
Alla fine arrivammo ad un compromesso. Lui le fatture le aveva mandate dal commercialista, così disse, ma avrebbe applicato lo sconto che si era ‘dimenticato’ di applicare all’inizio, il trentacnque per cento. Chiudemmo al cinquanta, ma non sono convinto che abbia fatto un buon affare lo stesso. In ogni caso, l’accordoprevedeva, che non lo avrei pagato sintanto che lui non avrebbe pagato le fatture delle lavorazioni spedite e che, dato il fatto che eravamo soci e che il mio lavoro non lo pagava nessuno, le eventuali, quasi certe secondo lui, problematice qualitative, non avrebbero comportato un costo per la “nostra” società in Romania. Bhe alemno questo lo avevo ottenuto. Ora non restava che tagliare la testa al toro, prendermi qualche giorno per sistemare piccole questioni in sospeso in Italia e tornare in Romania per dare la lieta novella ai miei uomini. In ogni caso, da imprenditore in erba, decisi che non avrei licenziato nessuno, me lo potevo ancora permettere.
Continua….

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03/04/2017

Retezat 42

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20160815_113052Non se fosse il sole, il cielo terso o l’aria pungente a rendere tutto così speciale. Era tutto diverso da dove venivo, non era un altro tempo era un altro luogo, ma aveva le sembianze di qualcosa del passato, un passato che non avevo propriamente vissuto. Le cose, la vita stessa, sembrava più vera, più genuina. La gente si radunava per discutere. Il postino portava la corrispondenza tra le persone, non solo fatture o deplians pubblicitari. Quanto sarebbe durato?
La gente era povera. Viveva in case essenziali, riscaldate dalla stufa a legna. I bagni erano in fondo al giardino, chiusi tra quattro assi di legno. C’era la corrente elettrica, ma non l’acqua corrente ed ogni casa aveva una corte, un appezzamento di terreno e la stalla con gli animali. A Bozna ed in tutta l’area, c’erano le bufale, “bivolite”, ma non esisteva che un tipo di formaggio, “telemeà”, la mozzarella era una nobile scosciuta. Questo nei villaggi in campagna. In città c’era apparentemente tutto, acqua corrente, riscaldamento, bagni e fognature oltre che il telefono, ma sembrava tutto vecchio, usato e decadente oltre che precario e sporco. Preferivo i villaggi, almeno questi mantenevano quello che promettevano e poi la gente, la maggior parte, faceva di tutto per rendere le proprie abitazioni dignitose e pulite. Il pubblico, al pari del nostro sud Italia, lasciava a desiderare. Strade, canali e tutto quello che non era direttamente posseduto da qualcuno, era di tutti, quindi di nessuno. Il comunismo aveva, decisamente sradicato con brutalità inaudita, qualsiasi concetto di cooperazione e di unione. Paradossalmente il regime per eccellenza delle cooperative e dell’unione delle forze oltre che degli averi, aveva desertifcato qualsiasi buona intenzione di coalizzazione e collaborazione. La gente aveva patito le pene ed i terrori delle collettivazioni forzate. Uomini semplici, ma piccoli proprietari di pascoli, boschi e terreni fertili, avevano preferito darsi alla macchia piuttosto di acconsentire alla “volontaria” cessione dei propri beni alle nascenti cooperative agricole di produzione, i famosi “CAP” di cui tutta la Romania porta ancora oggi i segni, marcati da fatiscenti costruizioni agricole, per lo più stalle e depositi di cereali, disseminati per tutto il territorio nazionale.
E quel clima, perfetto, senza umidità, l’aria pulita che odorava di fresco inondava piacevolmente i polmoni di nuova linfa vitale. Questo non valeva per Zalau, appestata da un annorbante puzzo onnipresente, ma in campagna, oltre il monte Meses, sulla strada per Cluj-Napoca, c’era il paradiso.
La gente stava ad ascoltare Emil che spiegava perchè bisognava stringere bene le viti di collegamento dei cavi elettrici. La gente non capiva, fintanto chè mi venne l’idea di chiedere ad Emil di aiutarmi a costruire un piccolo dispositivo con un carico elettrico importante, quale poteva essere quello di una stufa elettrica. Collegammo, volutamente, male i cavi elettrici, senza stringerli quasi per niente e scegliendo una sezione molto ridotta rispetto quella che, secondo le leggi della fisica, avremmo dovuto utilizzare. Un esempio è più efficiente di mille parole. Quando collegammo il tutto, dopo i primi minuti durante i quali sembrava funzionare alla perfezione, i cavi elettrici utilizzati iniziarono a fumare e, immediatamente dopo, presero fuoco. Il contatore non eveva un magnetotermico di protezione, bensì una sorta di fusibile ceramico, ma, nonostante l’evidente corto circuito, non stacco’ la corrente continuando ad alimentare il piccolo incendio. Le donne si spaventarono ed iniziarono ad urlare. Ci misi un paio di minuti a calmare le acque. “Questo è quello che acade se utilizzare sezioni di cavo troppo sottili e non stingete molto bene i collegamenti”. Avevo riprodotto, senza saperlo, quello che moltissimi di loro avevano subito proprio a causa della loro povertà che gli aveva “consigliato” di acquistare prolughe non adatte al carico che avrebbero dovuto supportare. Se non ci fu mai un errore nella produzione dei miei quadri elettrici, fu quello legato ai cavi poco serrati nei loro collegamenti.
La piccola area di produzione era un gioiello. Razionale, efficiente e logica. Tutte le operazioni necessarie per produrre i quadri elettrici erano state smembrate in piccole attività di pochi secondi, tutte al di sotto dei novanta e divise tra le varie persone, formando, di fatto, una piccola catena di produzione. Alcune operazioni, perchè più lente e particolari, erano poste fuori linea ed attivate in anticipo, in modo da avere una piccola riserva per non rallentare o fermare il flusso delle attività in linea.
L’area non aveva un vero e proprio ufficio, per cui posizionai una scrivania proprio all’inizio dell’area di produzione, come se fosse una classe, dove io, che potevo essere considerato il “maestro” stavo in cattedra e supervisionavo i miei operai. Come suonava strano, “i miei operai”. Erano persone che avevano bisogno di lavorare per poter arrotondare i miseri proventi del loro lavoro nei campi o nelle stalle. Moltissima gente aveva richiesto ed ottenuto il passaporto, forse più per annichilire l’insopportabile divieto di poter abbandonare la propria nazione. Ma quasi nessuno aveva mai avuto nemmeno l’idea vera e propria di usarlo. Soprattutto quelle persone che non vivevano in zone limitrofe ai confini di Stato. Inoltre, per poter viaggiare in “Europa” avrebbero dovuto, tutti quanti, richiedere un visto e, allora, non era cosa po così semplice. Questo ovviamente, aveva visto proliferare una sorta di corruzione e malaffare, spesso alimentato da sedicenti funzionari o pseudo funzionari di Stato e di Consolati stranieri, di cui l’Italia non fu immune, che commercializzavano visti per cifre che oscillavano tra le poche centunaia di dollari a qualche migliaia, a seconda della nazione e del tipo di visto richiesto. Qualche anno più tardi avrei conosciuto uno di questi “signori” che, incredibilmente, continua ad operare ancora oggi, ma, chiaramente, a livelli ben più elevati.
Tutti, ma proprio tutti si rivolgevano a me appellandomi “domnul patron” “signor padrone” ed a secondo del contesto si usavano formule quali “patronul meu” ovvero “il mio padrone”. Io cercavo in tutti i modi di convincerli che li non c’era nessun padrone di nessuno, bensì gente disposta a lavorare, a rischiare ed a mettersi in gioco sfruttando, ognuno di loro, le proprie competenze e le proprie capacità.
Era stato molto difficile scegliere i miei primi dipendenti. Prima di tutti Laura non mi aiutava con le sue frammentate e spesso, infedeli, traduzioni. Inoltre non avevo nessuna esperienza in quel tipo di attività. Non sapevo che avrei dovuto, in seguito negli anni, assumere decine di migliaia di persone e già quella piccola schiera di persone che stavano lavorando per me, mi sembravano un numero enorme. Forse era anche il senso di responsabilità che mi rendeva particolamente sensibile. Sì responsabilità e una sorta di timore, anche se velato, relativo alle attività che avevo deciso di porre in atto. Non avevo e non potevo avere nesuna certezza che quello che stavo facendo avrebbe avuto il fine sperato e, come insegna Murphy, nulla ma prorpio nulla andrà mai nel modo in cui lo hai pianificato. Io non ero l’eccezione che confermava la regola, anzi. Certo, già in quel momento avrei potuto rendermi conto di quello contro cui stavo andando incontro, ma non ero ancora capace di scindere l’amore per la mia idea, che, tra le altre cose, si stava realizzando, e quei segnali che, seppur deboli, già stavano urlando l’incongruità di alcune azioni verso le dichiarazioni di intenti. C’erano i numeri relativi ai lavori da eseguire che non tornavano, prima di tutto. Finiti i primi quadri elettrici che, nonostante la prima impressioni di quantità smodata, si erano rivelati quelli che erano, poco meno di dieci giorni di lavoro. Non ultima la fattura di Paolo per le attrezzature che aveva mandato, il cui valore era almeno dieci volte il più caro del valore reale. Oltre a questo c’erano tutti i costi che, nei miei piani previsionali in erba, non avevo considerato bene o non avevo considerato del tutto e, benchè si trattassse molto spesso di piccole somme, la loro quantità stava crescendo a dismisura, limando in maniera importante, il mio capitale in marchi.
“Senti non ha nessun senso che io rimanga qui a Bozna con te. Tra poco ci sarà bisogno di avere un ufficio a Zalau, andare in banca, in Dogana e seguire l’attività in tutti gli uffici deputati al controllo delle attività economiche.” Laura, era più che evidente, voleva stare in città. Io volevo lo stesso, ma perchè mi ero reso conto che la sua presenza, non solo era stata fraintesa dai dipendenti che avevano creduto che lei fosse anche la mia amante, ma soprattutto per il suo carattere scostante che generava una sorta di malessere generale che spariva nel momento stesso in cui, lei, Laura, usciva dal capannone. Continuavo a chiedermi perchè mai continuassi a tenerla al mio Servizio.
Avevo superato la frontera dei trent’anni. Un uomo con delle ferite sentimentali rimarginate a forza di palliativi di tutti i colori, misure e caratteri. Non nascondo che trovare una compagna fosse una delle mie priorità, avevo altro da fare in quel momento, ma una relazione stabile, con la quale condividere alcune delle mie nuove esperienze, certo, non sarebbe stata una brutta sorpresa. Ma in quel periodo passavo molto tempo, sempre di più in Romania. Lì avevo un problema dettato dal fatto che ero italiano. Non avevo nessuna possibilità di capire se le intenzioni di una donna rumena, fossero dettate da sentimenti, veri, oppure da altri tipi di desideri quali quello di ottenere dei vantaggi economici. La differenza tra le mie possibilità economiche di allora, assolutamente normali in Italia, e quelle che un cittadino medio poteva solamente immaginare, erano abissali. Facile capire la mia diffidenza nel credere in potenziali sentimenti.

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15/03/2017

Retezat 41

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20160918_130110Ero nato lontano nel tempo, da quel tempo, da quelle persone, da quella storia e da quella cultura. Ero nato a Roma, ero a Bosza. Come si chiama quel fattore che ha deciso che io nascessi in una città di una nazione libera e ha deciso che le persone nate li avessero dovuto nascere lì. Caso, fortuna che sia, io ero stato fortunato. Non avevo vissuto le nazionalizzazioni selvagge, l’arroganza del potere assoluto. La violenza delle invidie delle persone che solo pochi mesi prima erano al servizio di altre, non perchè obbligate ma percè pagate. L’orrore di vedere i propri beni sequestrate e distribuiti a sconosciuti. L’angoscia di dover condividere la propria casa con altre famiglie sconosciute fino a poche ora prima. Avevo avuto fortuna. Fortuna ad esere nato dov’ero nato, nella famiglia da cui ero stato allevato, gli studi che avevo frequentato, le persone che avevo conosciuto, il mondo che avevo conosciuto. Fortunato ad essere lì, adesso ad aiutare Gianni, incazzato per il ritardo con cui ero riuscito ad ottenere il libero di dogana. Per lui ero il colpevole perchè non sarebbe riuscito ad arrivare a Cluj-Napoca in tempo per organizzarsi con la sua amica. “Ma porca miseria, non potevi dargli subito dei marchi così ci liberavamo prima? Adesso siamo ancora qui e non abbiamo finite nemmeno di scaricare. Addio scopate.” Non davo molto peso alle sue parole, se non quella Ragazza, ne avrebbe trovata, sicuramente un’altra disponibile a concedersi in cambio di qualche attenzione. Questo era quello che, la maggior parte degli stranieri faceva durante le serate e le notti lontano da casa. Anch’io non potevo non essere insensibile alla straordinaria quantità di ragazze e donne molto più che piacenti, ma, al contrario di moltissimi altri “ospiti” non ero nè affamato, nè, tanto meno, a digiuno di avventure dalle quali cercavo qualcosa che non fosse pura soddisfazione ormonale, bensì qualcosa che mi regalasse delle impressioni, più chè delle emozioni. Per questo, lì, in Romania, mi mancava un element fondamentale, non conoscevo la lingua. Oltre a questo, in realtà, non mi piaceva mischiare la mia persona con quella pletora di persone che sembravano essere guidate da un solo unico interesse, il sesso. Negli anni scoprii che in tutta l Romania, ma la questione era valida per tutti i paesi dell’Est Europa, per cui, una grande quantità di aziende costituite dopo la caduta del muro di Berlino, avevano, di fatto, come scopo sociale, l’attività sentimental commerciale.
Passai diverse ore a sistemare la merce nel capannone. Ion, uno dei tre ragazzi che avevo assunto per assicurare la guardia dell’immobile, mi aveva aiutato senza risparmiarsi. Non erano molti bancali, in tutto erano sei. Il furgone di Gianni ne poteva contenere otto, ma avevo ricevuto, oltre al materiale per produrre i primi cento quadri elettrici, per i quali avevo passato diverse ore, in Italia, con un dipendente di Paolo, ad imparare i trucchi e le particolarità di quell montaggio, anche delle attrezzature che a detta sempre di Paolo, erano fondamentali. Già dalla traduzione della fattura delle attrezzature avevo visto che il prezzo a cui Paolo le aveva fatturate, era decisamente spropositato, ma, ingenuamente, ritenni di risolvere quella questione alla prima occasione mi fossi trovato in Italia. Per il momento era necessario avviare le attività vere e proprie e non c’era molto tempo. Sempre Gianni, sarebbe tornado a caricare il frutto del nostro lavoro entro dieci giorni.
Alla luce delle mie esperienze future, quello che avevo iniziato a fare, aveva il sacro sapore di una pazzia. Non c’era un minimo di programmazione. Le informazioni sulle quali avevo basato tutta la mia avventura, erano delle parole sgrammaticate profuse dal Paolo senza che avessi avuto la possibilità di verificarne una qualche parvenza di veridicità. Le impressioni, le prime, che mi avevano vivamente consigliato di stare molto attento se non addirittura lontano, da quell personaggio, le avevo annichilite con l’entusiasmo di quello che stavo iniziando, una nuova vita. Oramai ero in gioco. Avevo iniziato a spedere diversi soldi per finanziare l’inizio dell’attività, nessuno me li avrebbe restituiti se non io stesso con il lavoro che sarei stato capace di generare da quello per cui li avevo spesi.
Arrivai a Zalau, nel mio, triste, appartamento, stanco, sporco ed affamato. Per strada ricordai che avevo comprato delle buste di risotto pronto da cuocere ed appena entrai in casa, misi la pentola sul fuoco, accesi la televisione ed iniziai a sgranocchiare dei biscotti salati, ma non prima di aver aperto una bottiglia di syrah siciliano. Quel risotto alla Milanese, con tutto il suo gusto di coloranti chimici, era delizioso. Ero seduto sul divano del “salotto” di quell’incredibile appartamento, con il soffitto viola il lapadario che, se non stavi attento mentre attraversavo la stanza, ti rompeva il naso, per quanto era basso, ed avevo iniziato a guardare la televisione. Berlusconi imperava su tutti I canali italiani. Io che avevo cercato, pochi anni prima, di alimentare un movimento politico alternativo, che per la cronaca si chiamava “La Rete”, antesignana formula del, ben più efficace, Movimento 5 Stelle, nell’ascoltare quelle notizie e, soprattutto, sentendo l’enfasi con la quale quei giornalisti riportavano le belle gesta del supremo, non potevo far altro che cambiare canale. Al tempo tutti i canali Rai e Mediaset erano in chiaro in Romania. Alcuni avveduti e lungimiranti imprenditori in erba, avevano costellato i loro bloc e quelli limitrofi di un dedalo di cavi coassiali bianchi che portavano in ogni casa il segnale televisivo, prelevato da parabole che, collegate a dei ricevitori equipaggiati con schede pirata, ricevevano tutti i canali del satellite HotBird. Alcuni di loro, pochi, riuscirono a capire che avrebbero potuto rivendere quei segnali non solo ai bloc limitrofi al loro appartmamento, ma a tutta la nazione. E così, qualche tempo dopo, a dir il vero diversi anni dopo, iniziarono a distribuire anche il segnale internet e la telefonia.
Non potevo non pensare al giorno dopo. Avevo organizzato una sessione con i ragazzi della Tex per stabilire come avremmo iniziato a dividere il lavoro con le persone che, nel frattempo avrei assunto. Dopo molti viaggi, incontri, piccoli problemi ed incongruenze, era venuto il giorno in cui avrei iniziato, veramente, la mia nuova attività, la mia nuova vita. Dire che ero eccitato è poco. Pensavo a mio fratello che da diversi anni aveva compiuto un passo importante trasferendosi a Chicago per diventare un chirurgo. Lui ambiva ai trapianti di organi, io ad assemblare dei quadri elettrici in Romania a Bozna. In essenza la stessa cosa, più o meno. Non potevo dimenticare i miei colleghi della banca dove avevo lavorato diversi anni a Padova. Mi avevano giudicato, tutti, nessuno escluso, un pazzo. I miei amici, anche se molti non me lo avevano confessato, avevano la stessa opinione ed alcuni erano convinti che avessi un motivo, solo un motivo sentimentale per essermi deciso a migrare, o qualcosa del genere. Solo Giorgio aveva veramente capito qualàera làimpulso che mi aveva spinto a rinunciare a praticamente a tutta la mia normale esistenza di cittadino padovano e di andare lì a Bozna, vicino a Zalau in Salaj in Romania.
Emil aveva raggiunto Bozna molto presto, ma io ero già lì da un paio d’ore almeno. Avevo fatto costruire dei tavoli da lavoro ed avevo sistemato delle attrezzature su di essi, ma ancora non sapevo bene come dividere i compiti e soprattutto di quante persone avrei, veramente, avuto bisogno. Insieme decidemmo di utilizzare le foto che avevamo scattato dei quadri elettrici, dopo averle opportunamente divise in zone, al fine di avere un supporto per gli operai. Ogniuno di loro avrebbe dovuto approntare la preparazione di una parte del quadro. Diversamente dall’Italia, dove gli uomini di Paolo costruivano un quadro elettrico partendo dallo schema elettrico, a Bozna, dovevo dividere le attività in modo che fossero più elementari e ripetitive. Non sapendolo stavo adottando le teorie del lean manufaturing, sistema di produzione inventato dalla Toyota almeno cinquant’anni prima e molto in voga presso le società di tutto il mondo. Dopo qualche ora avevamo capito cosa doveva essere fatto. Ci servivano dodici operai, ne avevamo solamente otto, ma a quel tempo, bastava aprire la porta e sarebbero entrate almeno il dopio delle persone di cui avevi bisogno, a chiedere del lavoro. Ogniuno aveva un insieme di attività che non superavano i tre minuti e, collaudi, compresi, potevamo produrre un quadro elettrico completo, in meno di cinquanta. Alla base c’era una serie di preparazioni di base, come il taglio dei cavi elettrici a misura, la preparazione dei componenti per ogni postazione e tante altre piccole attività che avrebbero reso al minimo i tmpi di attesa e, possibilmente, gli errori.
Emil aveva tenuto dei piccoli corsi alle maestranze insegnando tutto quello che avrebbero docuto sapre. Gli uomini erano molto attenti. Su consiglio di Calin avevo preferito le donne per i lavori di assiemaggio e solo due uomini per i lavori che necessitavano uno sforza fisico maggiore. Fu una scelta vincente e, per il periodo che lavorai a Bozna, non ebbi mai nessuna sorpresa negativa.
Continua……