Spazio Italia - Radio Timisoara

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23/08/2016

Retezat 7

20160815_113052Il tempo era volato. Anche i miei sigari erano finiti, alemno il pacchetto che avevo portato con me, per fortuna ne avevo ancora cinque in valigia. “Senti” mi disse Walter, “visto che devi andare a prendere possesso della tua stanza, noi non abbiamo ancora mangiato ed è già ora di cena, che ne dici se andiamo insieme al tuo albergo e ci magiamo un boccone insieme?” Non potevo sperare di meglio. Inoltre quel “noi non abbiamo mangiato” mi confermò che anche la solerte assistente di Walter era una delle sue creazioni, per così dire.
Di fatto era già buio e la mia giornata era stata particolarmente lunga. Ed onestamente sentivo anche io i morsi della fame. Inoltre sentivo il maledetto bisogno di ditendermi dopo aver, ovviamente cenato, ed essermi goduto un’interminabile doccia calda. Così ci muovemmo, io con la mia macchina e Rodica e Walter con la loro. Attraversammo tutta Zalau, non che ci misimo molto tempo, ed arrivammo al capo opposto alle pendici del monte Meses seguendo le indicazioni per Cluj-Napoca.
Non so perhè ma, il nome e, poi , la città di Cluj-Napoca, mi era sempre piaciuto. Sarebbe stata una molto gradita sorpresa scoprirla e viverla, anche se, a causa di elementi che non erano stati espressione della mia volontà, non riuscii a trascorrere che brevi soggiorni.
Popassul Romanialor, che tradotto significa “il passo dei romani” era situato lungo la strada nazionale, proprio in una larga curva. Difronte ed alle spalle c’era un grosso piazzale dove erano parcheggiati diversi camion Roman. Mezzi dalla cabina enorme ed un cassione piuttosto piccolo.
Walter mi aiutò con la richiesta della camera. Mi accomodai in fretta, portando il mo bagaglio al primo piano e scesi immediatamente per non far attendere i miei due ospiti.
“Se vuoi, domani telefono ad una nostra conoscente, Silvana, che sono convinto non ha un lavoro per il momento e, dato che il tuo Tiberiu, tra un paio di giorni dovrà andare a Cluj a studiare, potrete combinare le vostre necessità in maniera molto elegante. Silvana parla un ottimo italiano, so che ha lavorato con degli italiani in passato ma…” Mentre completava la sua frase, Rodica, dovette dargli un clcio sotto la tavola, perché Walter si allontanò a distanza di sicurezza da lei, prima di completare quello che voleva dire. “…stai attento, è un po’ strana… ma lo scopriarai da solo, non voglio anticiparti di più.” Non ero preoccupato della stranezza della mia prossima, avevo già deciso data la raccomandazione, interprete. L’unica cosa che mi premeva era condensare nel minor tempo possibile il maggior numero di informazioni possibili per poter tornare in Italia ed elaborare un piano d’azione definitivo. Era importante avere informazioni veritiere ed attendibili, non mi importava che Silvana era strana o che avrebbe cercato di sedurmi.Ero più che convinto che non avrebbe avuto nessuna possibilità.
Mentre stavamo mamgiando una ciorba di burta, una sorta di zuppa di trippa di vacca, e bevendo della birra Ursus, credo prodotta ad Oradea nel distretto di Bihor, a Walter venne in mente un’altra persona che avrebbe potuto essermi utile. “Senti, stavo pensando che ci sarebbe un’altra persona, anzi forse due, che potrei presentarti e che, sono sicuro, potranno esserti utili. Anzi potrete esservi utili a vicenda. Sono due soci di una piccola società, la Tex srl, che effettuano piccoli impianti elettrici ed installazioni varie. Loro sono due ingegneri decisamente capaci, ma perennemente squattrinati. Domani ci andiamo”. Non osavo intervenire e, come se non bastasse, continuavo a ringraziarlo per le sue proposte di supporto ed aiuto. Onestamente all’inizio ero rimasto un po’ perplesso ed un tantino preoccupato. Avevo conosciuto Walter da poco più di quattro ore e stavamo parlando come se ci conoscessimo da una vita. Inoltre, lui, mi stava rendendo un servizio insperabile solamente qualche ora prima. Essere introdotto da una persona cheparlava la mia lingua e non soltanto nel senso letterale del termine, in una naziona straniera, dove, tra le altre cose, godeva di un grosso credito, non era una cosa da tutti i giorni. Pechè lo stava facendo? Possibile che non avesse nessun recondido motivo? Decisi di verificare la bontà delle sue dritte prima di decidere se continuare a fequentarlo o meno. D’altronde non ci avrei rimesso molto, anzi, avevo solamente da guadagnarci.
S’era fatto decisamente tardi, sia per me che per i mei ospiti, così dopo averli accompagnati alla loro atomobile e dopo aver preso la chiave della camera, mi fiondai al secondo piano con il sacro desiderio di infilarmi sotto una doccia e buttarmi a peso morto a letto.
Ma non tutte le ciambelle riescono con il buco.
La stanza, benchè molto modesta e poveramente arredata, pareva, a dispetto di quella della notte precedente, pulita e priva di odori insopportabili. Anche se la temperatura esterna era calata notevolmente, forse invogliato da una stellata meravigliosa, aprii, non a fatica, la finestra della camera per cmabiare, comunque, un po’ l’aria. Inizia a spogliarmi ed andai in bagno. Prima di entrare nella doccia, aprii i rubinetti di plastica bianchi, dai quali erano caduti i bollini rosso e blu, ma, non con poco disappunto, nemmeno una goccia d’acqua cadde dal telefono della doccia. Allora aprii tutti i rubinetti del lavandino, ma il risultato non cambiò per nulla. Molto alterato per questo contrattempo, mi rivestii alla bene e meglio ed in inglese, cercai di spiegare alla ragazza della ricezione, che nella mia stanza, probabilmente a causa di un guasto, non avevo acqua in bagno. Quasi tutte le receptio che avrei visto da lì in poi avevano la stessa particolarità. L’addetta di turno era ina sorta di stanzina molto piccola che aveva, come unica apertura per comunicare con il pubblico, una sorta di finestrella bassissima. Quindi, quasi piegato a novanta gradi, cercavo di speare ed iniziare apretendere di avere una camera diversa, dovre avrei potuto , finalmente, fare una doccia, così come speravo da diverse ore ormai. La ragazza continuava a guardarmi con aria stupefatta. Non capiva. Ma io avevo capito che lei non parlava inglese, per cui non capiva cosa le stavo dicendo ed, insistentemente, iniziando ad inalberarmi un po’ oltre il dovuto, le ripetevo sempre la stessa solfa. Ad un certo punto, in un perfetto inglese mi disse, senza mezzi termini. “ma da dove vieni, non lo sai che a Zalau non c’è acqua?!”
Continua…

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22/08/2016

Retezat 6

lacSteivaAvevo lasciato l’automobile in un parcheggio a spina di pesce, adiacente alla piazza principale. Non avevo visto cartelli che indicassero se quel posto fosse a pagamento, ma, dopo un veloce sguardo, non vedendo nessun biglietto sul parablrezza delle altre auto parcheggiate accanto, decisi che nulla era dovuto.
Li avevo svelato il mistero delle bottiglie di plastica. Molta gente, diverse decine, stavano in coda per prendere dell’acqua da una fontana situata alla destra di un edificio da cui sventolavano molte più bandiere degli altri edifici circostanti. Probabilmente, questa era la spiegazione che mi detti in quel momento, l’acqua di quella fontana doveva essere particolarmente buona e, soprattutto, gratis, per questo la gente faceva lunghe file per procurarsela. In realtà la mia deduzione era solo parzialmente vera. Uno dei problemi di quella città, che avrei scoperto a mie spese qualche ora più tardi, era la mancanza, quasi, assoluta di acqua.
Quel palazzo si rilevò essere il Tribunale e, colpo di fortuna, anche la sede del Registro del Comercio rumano di Zalau.
Dovevo capire come procedere, ma avevo bisogno di un interprete. Nell’atrio di quel palazzo c’erano diverse bacheche. Pazientemente mi misi a cercare qualcosa che assomigliasse a delle offerte e, dopo qualche minuto, ne scorsi una che , in tre lingue, inglese, italiano e francese, descriveva i servizi di traduzione di una persona il cui nome era Tiberiu Pop ed il suo numero di telefono. In Dogana avevo cambiato cinquanta marchi per cui avevo della moneta locale, ma non avevo la benchè minima idea di come poter effettuare una telefonata. Non aveo visto nessuna cabina telefonica. Chiesi in inglese ad una ersona che stava salendo le scale del tribunale che, molto gentilmente, anche non parlava inglese ne, tanto meno italiano, mi accomapagnò fuori del palazzo e mi indicò un’altra struttura poco distante.
“Buon giorno, mi chiamo GianMaria vorrei parlare con il signor Tiberiu Pop”. Se era la casa di un traduttore, non avrei avuto problemi a parlare in italiano. E così fu.
“Sono io, mi dica”. Il suo accento poteva essere confuso con quello di qualcuno che aveva vissuto tra il sud ed il nord Italia, ma per il resto era perfettamente in grado di farsi capire e la sua proprietà di linguaggio era perfetta. Mi raggiunse nel posto dove avevo telefonoto solamente dopo cinque minuti ed, insieme, andammo a sederci in un locale che voleva essere un ristorante. Tiberiu aveva poco più di venti tre anni, un ragazzo sveglio, alto e decisamente educato. “Signor Gianmaria, io sono uno studente universitario e tra qualche giorno dovrò partire per andare a Cluj a studiare, per cui non potrò aiutarle che qualce giorno. Se per lei va bene la mia tariffa è di quindici marchi al giorno, ma non posso rilasciarle nessuna ricevuta.” Dopo esserci accordati e tentato di bere una specie di caffè, all’inizio facevo sempre l’errore di ordinarlo, gli chiesi se conosceva qualche italiano che lavorava in zona. “Ce ne sono tre o quattro, credo che il più vicino sia un signore che si chiama Giovanni, ma non so il nome della sua azienda. Invece so dove può trovarne un altro, il signor Walter. Venga con me, torniamo all’ufficio postale, da dove mi ha chiamato e cerchiamo il numero di telefono dell’azienda dove il signor Walter.” La ricerca fu molto veloce, dato che, a quanto pareva, l’azienda era molto conosciuta in zona e, l’addetta ai telefono, ne conosceva il numero a memoria.
La stanza delle riunioni dell’Elite a Bobota, era una stanza con un solo tavolo riunioni e tantissimi faldoni pieni di documenti. Walter, visto che il mondo è decisamente piccolo, veniva da Padova, e abitava a pochissimi chilometri da dove abitavo io in Italia, a Padova per l’appunto. Era un omone con una barba molto folta ed un occhio molto vivo e brillante. Per una qualche ragione mi prese in simpatia e, dopo pochi convenevoli, iniziò a domandarmi che cosa ci facevo in Romania. Credo che volesse capire se valeva la pena spendere il suo tempo con me, se ero, quindi, una persona seriamente intenzionata a combinare qualcosa e non passare qualche giorno in Romania, per divertirsi e tornare a casa per raccontare qualche avventura con una o, più, delle bellissime donne che si trovano in questo paese.
Tiberiu non era venuto con me, non avevo bisogno di interpreti per quest’azione, ma eravamo rimasti d’accordo nel sentirci il giorno dopo. Nel frttempo mi aveva consigliato di recarmi all’Hotel Meses che, a sua detta, era il miglio albergo di Zalau.
“Rodica, chiama l’hotel Meses, e prenota una stanza per Gianmaria, per favore”. Anche a detta di Walter il consiglio di Tiberiu era corretto ma, aveva dubbi che avrei trovato posto. “Walter, mi spiace ma al Meses non c’è posto. Provo al Popasul Romanialor, lì di solito c’è sempre qualche stanza libera. “ Il mio ospite non sembrava molto contento dell’opzione in alternativa al Meses, ma a quanto pare non ce ne erano altre, almeno, che potessero essere proposte. Io pregavo di trovare una sistemazione migliore di quella che avevo trovato la sera precedente a Satu Mare.
“Vieni ti faccio fare un giro della mia azienda.” Si vedeva che era orgoglioso di quanto aveva costruito. Non doveva essere stato facile per nulla arrivare sino a quel punto. “Ho spalato merda di vacca per due settimane intere. Tu non hai idea di quanta merda di vacca ho spalato prima di poter iniziare a ristrutturare queste stalle”. Di fatto quella che dalla strada avevo notato poche ore prima era stata trasformata in falegnameria, grazie al lavoro di Walter che aveva comprato, dallo stato o dal comune di Bobota, un complesso agricolo, un C.A.P. , meglio conosciuto come cooperativa agricola di produzione e, con immani fatiche, l’aveva trasformata in una falegnameria che, dopo appena due anni di lavoro, giaà esportava alemno tre tir di mobili di legno massiccio per giardino, soprattutto in Germania.
Mentre mi raccontava i vari passi del processo di produzione la sua voce cambiava di ono e di volume ogni qualvolta ricordava episodi più o meno difficili che aveva dovuto superare. Era comunque un fiume in piena, si capiva che in quell’azienda aveva , stava ed avrebbe dato l’anima. Era un lavoratore ed un professionista indefesso. Non c’erano feste, sabati o domeniche che non trascorresse in fabbrica almeno qualche ora. Parlava perfettamente il rumeno, od almeno a me così sembrava, dato che nessuno a cui si rivolgeva, durante il nostro giro, sembrava non capisse cosa dicesse. Un altro fatto mi sembrò assolutamente degno di nota. La gente lo guardava con rispetto, alcuni con timore, ma si trattava di un timore reverenziale non dettato dalla paura. Si, Walter era un modello di imprenditore che rare volte avevo visto tra i miei ex clienti della banca in Italia. Certo tutti avevano a cuore la propria azienda, ma pochi come lui se l’erano costruita, letteralmente con le proprie mani, in un paese straniero, dove le complicazioni erano all’ordine del minuto, rese ancora più difficili dal clima complesso di una democrazia nascente, intrisa di tutto quello che, ahimè, una democrazia non dovrebbe avere.
“Mi spiace dirlo, ma questi qui, ci metteranno almeno cinquant’anni prima di arrivare ad avere una minima idea di quello che devonoo fare per raggiungere una stabilità decente. Hanno travisato completamente i termini della democrazia che si sono trovati in mano. La considerano una sorta di anarchia. E così non può funzionare”.
Walter aveva ragione, era ancora il 1993 e pochi, pochissimi erano gli spiragli che lasciavano intravvedere quale sarebbe stato il futuro di quella nazione martoriata da cinquant’anni di duro regime comunista ed, adesso, attraversata da difficili momenti di sistemazione economico politico disegnati da uomini che, con grande probabilità, nutrivano ben altri interessi, poco sociali e molto personali.
“Ma tu, che cosa sei venuto a fare in Romania?” La sua era una domanda ripetuta. Gli avevo già risposto prima di iniziare il giro nei suai capannoni pieni di trucioli e polvere di legno. “No, seriamente, tu vorresti cabalre dei quadri elettrici, qui? Ma lo sai che non c’è manodopera che abbia visto e lavorato in questo campo , almeno in questa zona?” La sua non era un’sservazione priva di fondamento. Ma io avevo i mei argomenti e, soprattutto le mie ferree convinzioni. “Immagino che non ci sia monodopera specializzata che sappia cabare quadri elettrici per il controllo della temperatura di celle frigorifere industriali, ma per me, questa mancanza suonacome una grossa opportunità.” Ci credevo davvero. Avevo studiato con attenzione i metodi di produzione della Toyota. Sapevo che cosa significava Lean Manufactoring d avevo vissuto in molte occasioni, l’ingegnerizzazione di alcuni processi produttivi nelle fabbriche di alcuni clienti della banca per cui avevo lavorato, con la scusa che dovevo descrivere minuziosamente il lavoro che avrebbero dovuto svolgere le attrezzature per cui avevo aprovato svariati milioni di lire di finanziamento. In realtà era la mia innata curiosità per il mondo della tecnica ed in particolare per quello dell’elettronica e dell’elettrotecnica, che mi aveva spinto a seguirequei processi. Tutto mi tornava utile adesso. Certo non avevo nessuna esperienza nella gestione del personale. Sapevo poco delle procedure doganali italiane, figurianoci di quelle rumene. Non conoscevo la fiscalità locale se non il fatto che, se avessi versato e costituito una nuova società con dieci mila dollari di capitale sociale, avrei ottenuto l’esenzione dall’IVA e dalle imposte sul profitto per un periodo di cinque anni.
Walter fu decisamente prodigo nel fornirmi numeri delle leggi che governavano i particolari relativi al lavoro, fisco e regole ambientali, allora praticamente inestistenti, e mi mise sull’avviso della possibilità che qualche funzionario di stato, avrebbe cercato di ottenere vantaggi personali.
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21/08/2016

Retezat 5

ratezatLa campagna Rumena, soprattutto nella zona della Transilvania, in Ardeal, è stupenda.
Una peculiarità, che la differenzia dalle nostre campagne, specialmente del nord, è che tra un villaggio ed un altro non ci sono altre costruzioni. Solo campi, colline e distese di boschi bellissimi.
Il mio viaggio era iniziato con delle grosse perplessità derivanti dalle condizioni, esecrabili, dell’albergo dove avevo pernottato e, prima ancora, dal trattamento in dogana, la porta d’ingresso della nazione. Ma quelle campagne, quelle colline, quei piccoli villaggi non potevano fare altro che affrancare le impressioni negative accumulate sino a quel momento. Ed il saldo, dopo pochi chilometri uscito da Satu Mare, era decisamente positivo.
A ricordare adesso, mi mancava assolutament l’ansia dell’ignoto.
Non credo fosse incoscienza, no, non si trattava assolutamente di incoscienza, era l’ancestrale convinzione che quel posto, quella gente non potevano essermi nemiche, c’era affinità, lo sentivo.
La poca gente che incontravo per la strada si voltava ad ammirare la mia Golf come se fosse stata una Ferrari. In effetti le uniche automobili che avevo notato e, debitamente sorpassato, durante il mio iniziale tragitto in Romania, erano solamente Dacia 1310. La mia Golf GTI spiccava come una meteora nel cielo, suscitando la curiosità dei passanti.
Avevo capito subito che guidare per le strade rumene, considerando le buche quale un elemento essenziale delle arterie stradali del posto, non era poi così semplice. Oltre la visibile imperizia della maggior parte dei proprietari di dacia, c’era un altro importante e delicato problema. I carretti trainati da cvalli o da bufale ed i greggi di animali che invadevano, soprattutto, le strade dei villaggi.
Ardud, primo villaggio dopo Satu Mare. Case piccoe, basse, quasi tutte quadrate con un lungo appezzamento di terreno alle spalle ma con un fronte decisamente corto. La delimitazione delle proprietà era demandata solamente a delle reti arruginite che sarebbero state abbattute solamente guardandole. Erano, più che altro a protezione delle galline e delle oche che dai ladri.
Ancora oggi non mi spiego la ragione per cui , in una nazione che ha una superfice quadrata simile a quella italiana, ma con un terzo della popolazione, le proprietà medie, nei siti urbani, non superano, ancora oggi, i settecento-ottocento metri quadrati. Forse un modo per designare più terra da coltivare collettivamente nelle tanto odiate Cooperative Agricole di Produzione.
Negli anni cinquanta, il neo potere comunista iniziò una campagna di collettivizzazione forzata delle proprietà private.
Tereni, case, fabbriche appartnute a famiglie di operose persone dovettero essere trasferite “volontariamente” con atti notarili, dai leggittimi proprietari allo Stato. Questi le avrebbe organizzate, per il bene del Popolo, in cooperative per garantire un’ottimizzazione delle produzioni ed una migliore razionalizzazione del mercato di distribuzione. Questa era la teoria. La pratica traduceva il “volontariamente” in forzatamente e le tante ottimizzazioni sfociarono, negli anni, in un lento ma inesorabile affamamento del popolo fatta debita eccezione, ovviamente, dei potentati politici ed i loro affiliati, i quali avrebbero, come, sono convinto, godono tutt’oggi, di privilegi e poteri che vanno andavano e vanno ben oltre i diriti costituzionali.
Milioni di ettari di ottimo terreno agricolo, di pascolo, boschivo, con fatica acquistato e coltivato da intere generazioni di famiglie, passarono nelle mani di uno Stato sordo e gestito dalle mani di vendicativi nulla tenenti, che grazie alle nuove teorie di collettivizzazione e di prolateriato, passarono da essere braccianti senza titoli e parte, in responsabili delle cooperative, direttori delle fabbriche e residenti dei palazzi “trasferiti” in proprietà dello Stato. Mentre i precedenti proprietari, anche di infime particelle di terreno, piccole case, negozi e fabbriche, solo perché ex proprietari , diventarono, di colpo, il nemico in ostaggio di un sistema che non prevedeva sconti. Ai più fortunati toccò la sorte degli esuli chiamati da qualche parente in Germania, Svizzera, Isdraele o Stati Uniti, ma non prima di aver corrisposto e pagato un prezzo per otenere il passaporto che, oltre alla consegna delle loro proprietà, prevedeva anche il pagamento di un obolo che si aggirava a circa seimila marchi tedeschi del tempo. Cifra di tuto riguardo che solo in pochi riuscirono a coprire. Per i rimanenti, meno fortunati, la convivenza in una stanza con altre persone, possibilmente nelle stesse case che, fino a qualche mese prima erano di loro proprietà o la deportazione in Baragn, una zone semi desertica del sud della Romania che tanto assomigliava alla steppa della siberia Russa.
Prelevati nottetempo dalla milizia, caricati su camion e carri bestiame, con il diritto di prelevare solamente una valigia, forse sul modolle dell esecrabili deportazioni degli ebrei operate dai nazisti, per essere abbandonati in mezzo al nulla, senza cibo, acqua e riparo, abbandonati a se stessi come cani bastardi di un sistema ormai abbattuto.
Non avevo avuto modo, come la maggior parte di noi occidentali, di sapere e conoscere nei dettagli queste storie. La Romania, molto di più della Russia, era stata una sorta di macchia di colore a forma di un buffo pesce che nuotava verso occidente e nulla più. Le storie che trapelavano erano più che altro dettate dall’entusiasmo e dal favore politico generato dal rifiuto di Ciausescu di aggiungere i propri carri armati a quelli russi per annichilire la rivolta a Varsavia, ma nessuno di noi conosceva cosa avevano e stavano patendo i cittadini non appartenenti al gota politico, alla nomenclatura comunista.
La tristezza degli occhi della signora, dela bellissima signora che mi aveva, soltanto la sera prima, applicato il visto sul passaporto, iniziava ad avere una sempre più chiara spiegazione, ma non avevo ancora tutti gli elementi per contornare, in maniera netta, altri particolari che ne avrebbero, definitivamente, sancito le reali motivazioni.
Continua…