Spazio Italia - Radio Timisoara

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15/03/2017

Retezat 41

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20160918_130110Ero nato lontano nel tempo, da quel tempo, da quelle persone, da quella storia e da quella cultura. Ero nato a Roma, ero a Bosza. Come si chiama quel fattore che ha deciso che io nascessi in una città di una nazione libera e ha deciso che le persone nate li avessero dovuto nascere lì. Caso, fortuna che sia, io ero stato fortunato. Non avevo vissuto le nazionalizzazioni selvagge, l’arroganza del potere assoluto. La violenza delle invidie delle persone che solo pochi mesi prima erano al servizio di altre, non perchè obbligate ma percè pagate. L’orrore di vedere i propri beni sequestrate e distribuiti a sconosciuti. L’angoscia di dover condividere la propria casa con altre famiglie sconosciute fino a poche ora prima. Avevo avuto fortuna. Fortuna ad esere nato dov’ero nato, nella famiglia da cui ero stato allevato, gli studi che avevo frequentato, le persone che avevo conosciuto, il mondo che avevo conosciuto. Fortunato ad essere lì, adesso ad aiutare Gianni, incazzato per il ritardo con cui ero riuscito ad ottenere il libero di dogana. Per lui ero il colpevole perchè non sarebbe riuscito ad arrivare a Cluj-Napoca in tempo per organizzarsi con la sua amica. “Ma porca miseria, non potevi dargli subito dei marchi così ci liberavamo prima? Adesso siamo ancora qui e non abbiamo finite nemmeno di scaricare. Addio scopate.” Non davo molto peso alle sue parole, se non quella Ragazza, ne avrebbe trovata, sicuramente un’altra disponibile a concedersi in cambio di qualche attenzione. Questo era quello che, la maggior parte degli stranieri faceva durante le serate e le notti lontano da casa. Anch’io non potevo non essere insensibile alla straordinaria quantità di ragazze e donne molto più che piacenti, ma, al contrario di moltissimi altri “ospiti” non ero nè affamato, nè, tanto meno, a digiuno di avventure dalle quali cercavo qualcosa che non fosse pura soddisfazione ormonale, bensì qualcosa che mi regalasse delle impressioni, più chè delle emozioni. Per questo, lì, in Romania, mi mancava un element fondamentale, non conoscevo la lingua. Oltre a questo, in realtà, non mi piaceva mischiare la mia persona con quella pletora di persone che sembravano essere guidate da un solo unico interesse, il sesso. Negli anni scoprii che in tutta l Romania, ma la questione era valida per tutti i paesi dell’Est Europa, per cui, una grande quantità di aziende costituite dopo la caduta del muro di Berlino, avevano, di fatto, come scopo sociale, l’attività sentimental commerciale.
Passai diverse ore a sistemare la merce nel capannone. Ion, uno dei tre ragazzi che avevo assunto per assicurare la guardia dell’immobile, mi aveva aiutato senza risparmiarsi. Non erano molti bancali, in tutto erano sei. Il furgone di Gianni ne poteva contenere otto, ma avevo ricevuto, oltre al materiale per produrre i primi cento quadri elettrici, per i quali avevo passato diverse ore, in Italia, con un dipendente di Paolo, ad imparare i trucchi e le particolarità di quell montaggio, anche delle attrezzature che a detta sempre di Paolo, erano fondamentali. Già dalla traduzione della fattura delle attrezzature avevo visto che il prezzo a cui Paolo le aveva fatturate, era decisamente spropositato, ma, ingenuamente, ritenni di risolvere quella questione alla prima occasione mi fossi trovato in Italia. Per il momento era necessario avviare le attività vere e proprie e non c’era molto tempo. Sempre Gianni, sarebbe tornado a caricare il frutto del nostro lavoro entro dieci giorni.
Alla luce delle mie esperienze future, quello che avevo iniziato a fare, aveva il sacro sapore di una pazzia. Non c’era un minimo di programmazione. Le informazioni sulle quali avevo basato tutta la mia avventura, erano delle parole sgrammaticate profuse dal Paolo senza che avessi avuto la possibilità di verificarne una qualche parvenza di veridicità. Le impressioni, le prime, che mi avevano vivamente consigliato di stare molto attento se non addirittura lontano, da quell personaggio, le avevo annichilite con l’entusiasmo di quello che stavo iniziando, una nuova vita. Oramai ero in gioco. Avevo iniziato a spedere diversi soldi per finanziare l’inizio dell’attività, nessuno me li avrebbe restituiti se non io stesso con il lavoro che sarei stato capace di generare da quello per cui li avevo spesi.
Arrivai a Zalau, nel mio, triste, appartamento, stanco, sporco ed affamato. Per strada ricordai che avevo comprato delle buste di risotto pronto da cuocere ed appena entrai in casa, misi la pentola sul fuoco, accesi la televisione ed iniziai a sgranocchiare dei biscotti salati, ma non prima di aver aperto una bottiglia di syrah siciliano. Quel risotto alla Milanese, con tutto il suo gusto di coloranti chimici, era delizioso. Ero seduto sul divano del “salotto” di quell’incredibile appartamento, con il soffitto viola il lapadario che, se non stavi attento mentre attraversavo la stanza, ti rompeva il naso, per quanto era basso, ed avevo iniziato a guardare la televisione. Berlusconi imperava su tutti I canali italiani. Io che avevo cercato, pochi anni prima, di alimentare un movimento politico alternativo, che per la cronaca si chiamava “La Rete”, antesignana formula del, ben più efficace, Movimento 5 Stelle, nell’ascoltare quelle notizie e, soprattutto, sentendo l’enfasi con la quale quei giornalisti riportavano le belle gesta del supremo, non potevo far altro che cambiare canale. Al tempo tutti i canali Rai e Mediaset erano in chiaro in Romania. Alcuni avveduti e lungimiranti imprenditori in erba, avevano costellato i loro bloc e quelli limitrofi di un dedalo di cavi coassiali bianchi che portavano in ogni casa il segnale televisivo, prelevato da parabole che, collegate a dei ricevitori equipaggiati con schede pirata, ricevevano tutti i canali del satellite HotBird. Alcuni di loro, pochi, riuscirono a capire che avrebbero potuto rivendere quei segnali non solo ai bloc limitrofi al loro appartmamento, ma a tutta la nazione. E così, qualche tempo dopo, a dir il vero diversi anni dopo, iniziarono a distribuire anche il segnale internet e la telefonia.
Non potevo non pensare al giorno dopo. Avevo organizzato una sessione con i ragazzi della Tex per stabilire come avremmo iniziato a dividere il lavoro con le persone che, nel frattempo avrei assunto. Dopo molti viaggi, incontri, piccoli problemi ed incongruenze, era venuto il giorno in cui avrei iniziato, veramente, la mia nuova attività, la mia nuova vita. Dire che ero eccitato è poco. Pensavo a mio fratello che da diversi anni aveva compiuto un passo importante trasferendosi a Chicago per diventare un chirurgo. Lui ambiva ai trapianti di organi, io ad assemblare dei quadri elettrici in Romania a Bozna. In essenza la stessa cosa, più o meno. Non potevo dimenticare i miei colleghi della banca dove avevo lavorato diversi anni a Padova. Mi avevano giudicato, tutti, nessuno escluso, un pazzo. I miei amici, anche se molti non me lo avevano confessato, avevano la stessa opinione ed alcuni erano convinti che avessi un motivo, solo un motivo sentimentale per essermi deciso a migrare, o qualcosa del genere. Solo Giorgio aveva veramente capito qualàera làimpulso che mi aveva spinto a rinunciare a praticamente a tutta la mia normale esistenza di cittadino padovano e di andare lì a Bozna, vicino a Zalau in Salaj in Romania.
Emil aveva raggiunto Bozna molto presto, ma io ero già lì da un paio d’ore almeno. Avevo fatto costruire dei tavoli da lavoro ed avevo sistemato delle attrezzature su di essi, ma ancora non sapevo bene come dividere i compiti e soprattutto di quante persone avrei, veramente, avuto bisogno. Insieme decidemmo di utilizzare le foto che avevamo scattato dei quadri elettrici, dopo averle opportunamente divise in zone, al fine di avere un supporto per gli operai. Ogniuno di loro avrebbe dovuto approntare la preparazione di una parte del quadro. Diversamente dall’Italia, dove gli uomini di Paolo costruivano un quadro elettrico partendo dallo schema elettrico, a Bozna, dovevo dividere le attività in modo che fossero più elementari e ripetitive. Non sapendolo stavo adottando le teorie del lean manufaturing, sistema di produzione inventato dalla Toyota almeno cinquant’anni prima e molto in voga presso le società di tutto il mondo. Dopo qualche ora avevamo capito cosa doveva essere fatto. Ci servivano dodici operai, ne avevamo solamente otto, ma a quel tempo, bastava aprire la porta e sarebbero entrate almeno il dopio delle persone di cui avevi bisogno, a chiedere del lavoro. Ogniuno aveva un insieme di attività che non superavano i tre minuti e, collaudi, compresi, potevamo produrre un quadro elettrico completo, in meno di cinquanta. Alla base c’era una serie di preparazioni di base, come il taglio dei cavi elettrici a misura, la preparazione dei componenti per ogni postazione e tante altre piccole attività che avrebbero reso al minimo i tmpi di attesa e, possibilmente, gli errori.
Emil aveva tenuto dei piccoli corsi alle maestranze insegnando tutto quello che avrebbero docuto sapre. Gli uomini erano molto attenti. Su consiglio di Calin avevo preferito le donne per i lavori di assiemaggio e solo due uomini per i lavori che necessitavano uno sforza fisico maggiore. Fu una scelta vincente e, per il periodo che lavorai a Bozna, non ebbi mai nessuna sorpresa negativa.
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10/02/2017

Retezat 40

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La prima operazione di sdoganamento in Romania. Gianni era arrivato puntuale. Non guidava un camion ma un furgone Ducato bianco. Le porte posterioni erano state siggillate in dogana in Italia. Il siggillo era in platica e riportava un numero di identificazione che era stato trascritto sul documento di trasporto che accompagnava la merce. Non avevo idea di quanto sarebbe durata l’operazione di sdoganamento, sapevo solamente che non sarebbe stata breve. “Fai in modo che non duri molto che voglio ripartire per Cluj-Napoca quanto prima, ho un’amica che festeggia il suo compleanno” Gianni era un ragazzone veneto di poco più di venticinque anni. Solido e concreto con un disprezzo accentuato per tutto quello che era Romania. “Gianni se loro fossero diversi, tu non avreti queto lavoro ed io non sarei qui.” Ma le mie argomentazioni non erano sufficienti per modificare il pensiero di Gianni, radicado, più che altro, sulla cultura elementare sostenuta da voci da bar. E’ vero che l’atteggiamento di molti ufficiali addetti al controllo del rispetto delle regole locali, non aiutava nè Gianii nè nessun altro, a modificare le proprie convinzioni, ma era anche vero che un atteggiamento denigratorio altro non portava a creare ulteriori e nuove incomprensioni che avrebbero potuto creare insuccessi e problemi.
“Marius, qui ci sono i documenti. Corina era, come al solito in corridoio a fumare. Quella mattina c’era anche Manuela, era arrivata prima di me con dei documenti per delle esportazioni. Non c’era altro da fare che aspettare che finisse di completare le documentazioni necessarie, visto che in tutto l’ufficio di Marius, c’era una sola machina da scrivere. Il mio programma non era finito, ma ero molto impaziente di avere una copia dei documenti di import, che si stava iniziando a creare, per poter completare le procedure necessarie per il mio programma. Completato mi avrebbe permesso di finalizzare tutte le attività molto, molto più velocemente.
Già dall’inizio avevo capito che Gianni, molto probabilmente, sarebbe arrivato in ritardo alla festa di compleanno della sua amica a Cluj-Napoca.
In realtà, Manuela, era talmente veloce e precisa nel redattare I moduli di dichiarazione doganale, che dopo nemmeno quindici minuti, l’unica macchina da scrivere disponibile nell’ufficio di Marius, era disponibile per le graziose mani di Corina. Purtroppo quelle deliziose manine non comandavano altrettanto velocemente le proprie dita. Inoltre era la prima dichiarazione e la fattura che accompagnava il carico nel furgone di Gianni era di venti pagine. Tutti I componenti erano quasi della stessa famiglia, ma in Romania bisognava dichiarare i beni, non per famiglia, bensì analiticamente. Questo significava solamente una cosa, tanto tempo.
Dalla compilazione dei moduli della dichiarazione doganali di importazione al ricevimento della merce, la strada era ancora molto lunga. I moduli era pronti e Cornina, dopo averli fatti timbrare e firmare a Marius, si era incamminita verso l’ufficio finanziario della dogana di Zalau. Il timbro, allora non lo avevo ancora capito, avrebbe caratterizzato oltre venti anni delle mie atività in Romania. Tutto, ma proprio tutto, doveva essere timbrato. Il timbro, “stampila” era obbligatorio per quasi tutto e prevaleva sulla firma, anche in banca. Avere il timbro, per la cultura locale, dato che per ottenerne uno bisognava perorrere una sorta di calvario, significava essere ed avere il diritto di gestire ed amministrare la società il cui nome era riportato sul timbro, appunto. Per l’apertura di un conto corrente in banca, era obbligatorio presentare decine e decine di documenti e, ovviamente, il timbro, ma dopo aver acceso il conto, per aggiungere un delegato, Liana venuta in banca con me, dato che mi ero messo in coda ad un altro sportello per cambiare dei Marchi in Lei, avendo il timbro, aveva ottenuto e depositato la sua firma, quale, delegate, per operare sul conto corrente della società. L’addetta allo sportello, chiedendole se aveva il timbro, aveva supposto che lei fosse il titolare della società e, quanto meno, la persona che aveva I poteri per delegare qualcuno, ad operare sui conti della società. Dai miei dieci anni di banca, capendo cosa stave accadendo, iniziai a chiamare Liana, con un tono di voce crescent, finatanto ché, forse disturbata dal tanto vociare, mi aveva guardato con il solito sguardo disturbato e distaccato senza capire il motive per il quale mi ero così inalberato.
“Ma quando danno l’ok per verificare la merce?” Era passata quasi un’ora ed in dogana non c’era quasi nessuno. Dall’ufficio finanziario che avrebbe dovuto verificare I conteggi per il pagamento dell’iva e delle imposte doganali, cosec he, grazie alla legge allora in vigore, non avrei dovuto corrispondere, ma che per qualche strano motivi statistici, la Dogana aveva l’obbligo di verificare puntigliosamente. Si sarebbe passati direttamente alla verifica dei sigilli del mezzo e, poi, la conformità del carico con la dichiarazione doganale appena presentata. Una volta che questo controllo avesse visto un termine, senza che il dognaniere avesse trovato qualche cosa di sbagliato, finalmente, il camion o furgone, nel mio caso, avrebbe potuto proseguire verso la destinazione finale di scarico. Alcuni ma e molti se, prima che il processo di sdoganamento genisse terminato, erano l’incubo di tutti I trasportatori che volevano sbrigarsi a scaricare e di tutti gli imprenditori, o responsabili di stabilimento, che non volevano fermare le loro produzioni. I ma erano dovuto all’esattezza delle dichiarazioni e delle Traduzioni delle fatture. I se dipendevano solamente dall’ufficiale doganale che si presentava per l’operazione. I più problematici erano quelli che svolgevano il controllo del mezzo. La ragione era semplice, potevano appartarsi dietro un rimorchio per far capire all’autista od al rappresentante della società che stave aspettando la merce o che la stave spedendo, e richiedere, più o meno esplicitamente, una sorta di contributo per poter snellire e velocizzare l’operazione. Oboli odiosi per coloro che non avevano nulla da perdere, men che men oil tempo, e necessary per coloro I quali erano incappati in errori siano essi formali ed involontari, siano essi volontari ed illegali.
“Mi devi dare venti marchi.” Corina che aveva seguito il doganiere nel piazzale, si era avvicinata a me e sottovoce aveva proferito la Richiesta. L’introduzione di Marius di qualche giorno prima, prendeva contorno. I servizi accessori erano quelli. Potevo scegliere di non pagare. Avrei atteso chissà quanto prima di poter vedere liberare la merce chiusa nel furgone di Gianni, oppure cancellare tutti I miei insegnamenti sociali provenienti, per lo più dalla mia famiglia, e mettere la mano al portafoglio. Ma qualcosa non tornava. La graziosa creatura, non aveva avuto tempo di parlare con il doganiere e, il discorso di Marius era stato molto chiaro. Quel tipo di Servizio, era incluso nel prezzo, Marius lo fatturava addirittura. Allora la realtà non poteva essere che un’altra. Corina stave facendo la cresta con l’aiuto del doganiere. Era la sua parte, diciamo, che completava il suo salario. Decisi di non dare nulla, facendo finta di non capire, dicendo che avevo da pagare solo a Marius e che stavo andando a chiedere a lui conto e ragione. Una perfetta interpretazione da idiota straniero che non capisce quali sono gli usi ed i costumi locali, meglio lasciare perdere, non insistere. “Tieni, qui ci sono I documenti, potete andare.” La mia deduzione era corretta. L’unica cosa che persi fu il sorriso di Corina. Poco male, comunque si vedeva da lontano che non era sincero.
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22/01/2017

Retezat 39

lac steilaLe giornate scorrevano molto velocemente. I ragazzi della Tex mi aiutavano tantissimo a risolvere problemi che, apparentemente erano molto semplici da risolvere, se non avevi un aiuto locale, difficilmente saresti riuscito ad andare avanti. Non era un problema di lingua, non solo per lo meno, ma di visione. Davo molte cose per scontate ed avevo iniziato a commettere l’errore di considerare le mie esperienze italiane, uno standard. Secondo questa teoria, stavo iniziando, ma per fortuna, mi fermai subito, a formulare frasi del tipo “da noi in Italia…” appunto, in Italia, in un’altra Nazione. In una Nazione dove non avevamo subito cinquant’anni di comunismo, dove l’apparente democrazia, almeno, ci aveva protetti da moltissime situazioni che, al contrario, avevano colpito in pieno le famiglie rumene. Noi in tempi di pace, non abbiamo mai fatto la coda per sperare di comprare un litro di latte per sfamare i nostri figli. Andavamo in un magazzino alimentare, sceglievamo il latte che più ci aggradava ed il gioco era fatto. In Romania, specialmente dopo gli anni settanta, la gente doveva passare in coda le notti per sperare di assicurarsi un qualche tipo di genere primario. Si inventavano le più impensabili delle combinazioni per poter ottenere qualche bene, non per il fatto di possederlo, ma di avere qualcosa di valore da poter scambiare con qualcos’altro nel momento in cui se ne fosse presentata l’occasione. Il fenomeno era così diffuso che la gente iniziava a non scartare nulla. Molti si appropriavano di beni di proprietà delle società nelle quali lavoravano, giustificando i loro furti con la necessità di avere un qualcosa di interessante da poter utilizzare in cambio di qualcosa di più utile.
Ovviamente questo pullulare di transazioni, più o meno legali, alimentava un altro ben peggiore fattore, la corruzione. A Timisoara, solo a titolo d’esempio, esisteva una società che allevava e commercializzava oltre tre milioni di maiali all’anno. Chi aveva una qualche tangenza con questa società poteva dichiararsi fortunato. La carne era un bene prezioso e, dato che il regime la desinava quasi prevalentemente all’esportazione, quella destinata al mercato interno doveva essere, ovviamente, razionata. Lavorare alla CONTIM significava avere la possibilità di crearsi una rete “distributiva” parallela avente quali clienti, per esempio, i condomini del bloc dove si viveva.
Quest’attività prevedeva, ovviamente, una serie importante di legami, altrettanto ‘grigi’ con una serie di altri personaggi che, essendo preposti al controllo, ai più disparati livelli, dovevano essere prezzolati per chiudere un occhio e, spesso, tutti e due.
Ma questo sistema operativo, divenuto sociale, visto che si poteva estendere a qualsiasi tipo e grado di società, se da un lato permetteva all’addetto alle pulizie del macello, di tornare a casa ogni sera con qualche chilo di carne nascosta tra i vestiti, dall’altro assicurava la necessaria tranquillità per i vertici delle stesse organizzazioni, di accumulare fortune economiche, vendendo ed acquistando qualcosa che, di fatto, non avrebbero mai potuto né vendere né, tanto meno, comprare.
Mentre la parte delle appropriazioni indebite era un fatto sociale, o quasi, durante il comunismo, fino al dicembre del mille novecento ottanta nove, quindi, il secondo aspetto, quello delle ruberie ad alto livello, iniziò subito dopo tale data.
Inizialmente lo sciacallaggio si abbatté solo in alcuni settori e ad opera di ex potentati politici. Ma, dopo aver constatato l’effettiva impunità e, relativa, facilità con la quale tali operazioni, spesso sfrontate, si potevano svolgere, il sistema si allargò a macchia d’olio e su tutti i settori possibili ed immaginabili. Il risultato non tardò a farsi notare. Nonostante leggi e regolamenti che, forse per necessità di forma, venivano rese sempre più rigide e severe, l’ampiezza del fenomeno continuava ad aumentare senza che nessun responsabile venisse chiamato a rispondere.
Uno dei maggiori colpevoli di tale scempio fu e, sotto molti aspetti, continua ad essere l’indifferenza delle persone ed il loro radicalissimo qualunquismo. Anche qui è possibile trovare una spiegazione. Durante il periodo comunista non era molto “salutare” occuparsi delle questioni che eludevano il proprio ristretto cerchio familiare. Mettersi in evidenza era pericoloso. C’erano milioni di delatori e per un non nulla potevi essere arrestato e, spesso, sparire. Dovevi giocare le regole del gioco e non uscire dal seminato. Intralciare gli affari di qualcuno, se non eri parte di una cerchia di “protetti” significava la tua fine certa. Anni ed anni di tali lezioni imparate e spesso vissute, avevano reso la mentalità della gente omogenea ed il modo di dire “nu e treaba mea, mu ma intereseaze ” era presente al tempo del comunismo e lo è ancora oggi. Il potere costituitosi immediatamente dopo le stragi della cosiddetta Rivoluzione del mille novecento ottanta nove, era esattamente lo stesso del periodo comunista, fatta eccezione dei coniugi Ceausescu, unico capro espiatorio pagante. Per il resto tutto come prima, ma con la scusa della democrazia che aveva alimentato in quasi tutti un moto generale che assomigliava molto a questo “sono libero per cui faccio quello che voglio”. Tale pensiero, molto diffuso ai tempi in cui ero a Zalau, era ovviamente in antitesi con i più elementari principi democratici, ma era molto presente e radicalizzato.
Tutto questo messo in comunione con il desiderio, non sindacabile tra l’altro, di riscattarsi sia socialmente che economicamente, si trasformava in una sorta di mostro fagocitatore di un’ingordigia senza precedenti. Chi aveva ottenuto un posto di qualsiasi livello, in qualsiasi istituzione, meglio se pubblica, si arrogava diritti di comando finalizzati ad ottenere vantaggi, spesso illeciti e quasi sempre personali. La bigliettaia delle ferrovie dello stato che avevo visto a Cluj-Napoca, quando Liliana mi aveva prenotato la cuccetta ne era un esempio lampante.
Da privato cittadino, per lo più straniero, ero in una posizione strana. Da certi punti di vista, la gente per bene, anche se per nulla al mondo si sarebbe messa in vista per dare contro agli illeciti che diventavano , di giorno in giorno, sempre più evidenti, si vergognava di uno stato di fatto che iniziava dall’ingresso in Romania, con il deprecabile trattamento che ogni singolo viaggiatore, sia esso un tutista che un autista di tir, veniva sottoposto dalla mano lunga della mafia dei doganieri e, spesso , dei poliziotti di frontiera. Da altri punti di vista, quello stato di cose, prospettava un quasi infinito oceano di possibilità. Basti immaginare che a quel tempo, anche trovare un cacciavite che non fosse di una qualità scadente, era un problema, ma era anche un problema avviare una qualsiasi attività commerciale. Barriere e problematiche di quasi tuti i tipi si interponevano tra un’idea di affari e la possibilità di realizzarla veramente. Uno tra tutti i problemi era il ginepraio delle regole e leggi, spesso dissonanti tra di loro, che rendevano qualsiasi pubblico fuzionario, una sorta di monte olimpo con poteri assoluti. Era tutto possibile, bastava “mettersi d’accordo” ed il gioco era fatto. Noi stranieri non eravamo nè più furbi nè, tanto meno , più intelligenti dei locali, avevano soltanto molte più informazioni. Conoscevamo il mondo, sapevano come risolvere tanti problemi, solo perchè avevamo visto milioni di soluzioni possibili ad altrettanti problemi. Sarebbe bastata un po’ di sfrontatezza ed un po’ di pelo sullo stomaco. Io ne ero, e ne sono , completamente sprovvisto, ma tanti altri ne hanno approfittato a man basse ricostruendosi delle verginità sociali, perdute da molto nei loro paesi di origine. A tal proposito, mai il detto “il lupo perde il pelo ma non il vizio” è stato più veritiero.
Continua….